Sex and the city (of Rome) – or (of Albion?). Season II. 2

Stonehenge

[Draft, incomprehensible perhaps, havin' just fun writing ]

 

Massimo: “Master, am I ready now?”

Giorgio: “Not yet”

Massimo [read about him when much younger Giorgio 'discovered' him (διδάσκαλος btw always hid his capabilities by looking naive: one among many tricks he had / has. Or was / is he really naive?] :

“One thing διδάσκαλε. Why have you skipped the ‘secret of the secrets post’? Will you mean that readers can rest also on Saturday?”

Giorgio, an inscrutable look in his eyes: “This is not important. Do you know who I really am μαθητής?”

In Britannia, oceani insula
cui Albion nomen est …

Manius like a numen from another universe was piercing the scene through the mist of his mind. Much to his surprise he became capable of ‘sensing’ the pupil (μαθητής) giving his Master (διδάσκαλος, Didaskalos) an ancient look that made Britannicus of the Papirii – seasoned soldier of Rome – shudder.

He could also perceive Massimo kneeling on one knee and uttering, gravely:

“O ancient-wisdom philosopher, o supreme mathematician & guide of my troubled life. I am so confused διδάσκαλε. It suddenly turned that …. (he looked kind of embarrassed now) it turned that I was unbeatable, Master, yesterday morning, on the A.S. Roma‘s soccer field. What the hell is going on διδάσκαλε? Doesn’t that reveal I a-m ready???”

 

Massimo being strong willed was no match at all for Giorgio, who ignored him, unemotional, expressionless.

It looked as if he had forgotten his pupil, absorbed as he was in his constant daily writing on his notebooks (he had a full collection of them …)

 A soldier quakes

In another time, another place a strong and iron-willed soldier lost his sight and began to quake as if possessed by demons [καὶ λέγουσιν Δαιμόνιον ἔχει ...] His head was exploding.

With an immense effort – due to the brutal training typical of any Roman army of any time – helped just a little bit by his three timid-but-perfectly-fit slaves (they were strictly forbidden to help: a black man, two female slave musicians) – the soldier of Rome succeeded di stendersi a terra, aspettare che il dolore finisse e poi lentamente, sollevando la testa verso la luna piena, recitare debolmente, ma fermamente, la seguente preghiera, che lo portò alla calma … all’amore divino …

Full moon rising from the ocean. Click for credits

Full moon rising from the ocean. Click for credits

 

Tu Luna,
luce feminea conlustrans cuncta terrarum,
iam nunc extremis subsiste,
et pausam pacem, Regina, tribue.

You Moon,
Who with your female light illuminate all lands,
Please help me in this time of adversity
And grant me, Queen, dulcis peace, and rest.

 

Ancora dolore e poi di nuovo calma e un senso di amore nuovamente a pervaderlo, che però in questa fase buia durava in effetti poco e quindi pregava spesso e ancora più spesso beveva (l’orrenda, densa birra dei barbari anglosassoni).

La vita era schifosa e bella, allegra e triste, lancinante e vibrante. E poi arrivavano quelle visioni, come in una nebbia, che oltre ad ossessionarlo gli facevano letteralmente scoppiare l’encefalo.

Dopo che Cinzia, l’unico vero amore della sua vita (Manius dei Papirii era monogamo, costume forse succhiato dalla poccia materna – parola etrusca – cioè dalla madre, nativa di Roma, madre romana dall’Urbs del mondo intero), da quando cioè Cinzia, beh, il dolore era stato talmente forte che – come Orazio, Virgilio Catullo (i sacri autori) e come soprattutto Cesare, il padre di tutto e facitore della potenza romana – da quando in sostanza Cinzia preferì un semplice retore a un filosofo pitagorico (lui) Manius si era dato agli amori facili con schiave e schiavi.

Altro precetto, oltre la tendenza alla monogamia, di sua madre – donna forte e santa che si concedeva pochi vizi (qualche droga bizantina, qualche massaggio persiano alle terme) – era che la ‘familia’ andava meglio se il paterfamilias era come – e qui giù con espressione ineffabile e Rasna – era come dire un tronco (raffinato termine dal double entendre, altra espressione, questa, dal patois gallico). Un tronco, cioè il pater, che teneva solo la casa eretta in piedi dando gioia a lei (double entendre) e a tutta la maison.

E l’amata sposa, virtuosa e traendo dal tronco forza, ci costruiva – si ripeté per farsi coraggio pensando a Iside – ci costruiva attorno la casa, come aveva fatto Ulisse, un Ulisse femmina (o androgino ermafrodito: concetto complesso esoterico, dai risvolti misticamente vibranti).

Infine, cherry on the pie (stava imparando l’anglosassone?) e altro precetto e aforisma (ne sentirete parecchi) di quella santa donna, tipicamente romano nella sua praticità e eticità al contempo, era che gli schiavi qualunque fosse il loro sesso dovevano innamorarsi del Pater (anzi “andavano acquistati – diceva la donna mentre pregava i Lari – proprio con questa tendenza nel loro Geist (Aenglish?), tendenza d’amore servile ma amore non the less verso il capo sommo e sacerdote supremo familiare.

“Tutto sarebbe andato meglio, better still (Aenglisc ancora dannazione!), veramente meglio” gli aveva ripetuto più volte in un latino quasi ciceroniano (era poliglotta Mutti, parlava una decina di lingue usate in giro per l’impero ivi compresi 3 dialetti gallici appresi ad Augusta Taurinorum prima del divorzio con il provinciale montanaro (suo padre, ma di prische virtù che a Roma, diciamolo pure – pensò Manius – si cercavano con la torcetta).

Precetto, diceva la dolce bella madre ricamando sonoramente sull’idea (aveva la passione della lira e della poesia, e a Torino aveva appreso l’arpa celtica da una schiava gallica con cui amava celebrare, assieme ad altre donne, il culto santo della Dea Bona: Bona, diciamolo, nozione sacra e veramente misterica (oltre che romana) per cui una donna bella a Roma era detta Bona), precetto poi che assicurava (se ne era accorto anche a Roma con il nuovo Pater di sua madre) che le casa funzionasse liscia come l’olio spalmato sul corpo bello, possente e attraente dei gladiatori.

 

ψ

Questo Manius pensava pregando di nuovo in ginocchio la Juno della madre.

Poi scuoteva la testa e pensava:

Ma che ‘familia’ è la mia ormai? Vivo qui, intrappolato in una torre, giocattolo di questi lerci tedeschi di cui si sente il puzzo già a quattro milia passum (e che disprezzo dal profondo dell’inner Geist.)

Perché non lo uccidevano per Bacco? Ne avrebbe portato almeno una ventina con sé nell’Ade (Manius era addestrato come il pitagorico Milone) ma almeno poi avrebbe finito la sua vita fallita e svilita per gemere tra le ombre sotterranee (ancora più infelice, non importa … ma – si chiese angosciato – c’era solo l’Ade o qualcos’altro? Scacciò il pensiero con rabbia, il Magister non lo voleva ricordare poiché anche Cinzia era stata sua allieva e nel giardino della bella domus subalpina di *** si erano dati il primo, dolcissimo, profondo, bacio d’amore.”

Scese dal piano di avvistamento all’aria aperta a quelli inferiori, protetti da occhi indiscreti.

Perfetti, nel corpo e nello spirito

I suoi schiavi erano perfetti, nel corpo e nello spirito, allenati da lui come lui a sua volta era stato allenato (e iniziato) dal Magister, provinciale forse ma di una certa fama ad Augusta Taurinorum, dove viveva ancora suo padre risposatosi con una ricca vedova, di razza celtico ligure (il padre) – un romano provinciale d’altri tempi che gli aveva trasmesso valori d’altri tempi, discendete di quei galli togati del Nord ovest, al confine con la Gallia Grande e un tempo comata (ma ora totalmente romanizzata che però si ostinava scioccamente ad adorare non si sa cosa di mistico in quel bel vulcano del massiccio centrale, il Puy de Dôme, nel territorio degli Arverni, il popolo del valoroso Vercingetorix.

ψ

Depressso, Manius Lentulus chiamato Britannicus scese i rozzi gradini con spiritualmente spossata lentezza.

Voleva una notte d’amore con uno dei servi. Gli altri due sarebbero rimasti in piedi in funzione cubicolare, attorno cioè al giaciglio (se serviva qualche bevanda, un massaggio, se serviva protezione da un attacco improvviso, giaciglio (spartano) dove il paterfamilias – con potere di vita e morte come ai bei tempi della Roma bella sacra santa – cavalcava (o veniva cavalcato, cives ormai allo sbando e senza dignitas), cavalcava, e veniva cavalcato, per tutta le santae ore della notte. Stava lasciandosi andare, lo sapeva, ma non certo gli faceva difetto il vigore, di razza romanao pura, da parte Mutti, e montanara taurina (più tosta, i romani de Roma inesorabilmente decadevano) da parte di Pater.

Ne vigore mancava ai suoi servi, atleti perfetti, come lui …

Manius era in realtà – pensò (ma qualcuno osservandolo inosservabile non era d’accordo) una nullità. Privo ormai della Venus urania si dava come logica conseguenza, quasi teorema spirituale, alla Venus carnalis.

Essere amato teneramente, rifletté con tristezza, era meglio di niente.

Anche se va da sé che non poteva amare degli animali parlanti, ma averne affetto come per un pet o puer, oh questo sì, oh veramente sì, lui lo poteva, eccome se lo poteva, perché era questa la sua familia, non un gran che – i suoi compagni di scuola, pensò, un riso amaro sulle labbra, avrebbero sghignazzato frasi scurrili (compagni in realtà sublimi, ma il sublime e lo scurrile non si fondevano forse in unità superiore, neo platonicamente?)

Platonicamente ma alla romana si intende (questa cosa dello scurrile e del sublime).

Sebbene in crisi profonda Manius Papirius Lentulus era ancora un soldato: amava la cultura greca ma solo se filtrata dall’urbs.

“Perché – l’encefalo esplodendogli, e si trovava misteriosamente, e fisicamente, di fronte ad un uditorio di Augusta – l’atto sublime dell’osanna – disse calcando la voce, la gente lo guardava attonita – alle pompae triumphales dei bei tempi, verso quei condottieri  vincitori osannati e elevati quasi a dio su terra,  andava controbilanciato, per arrivare alla mediocritas – qui la voce si fece sghignazzo possente mistico -  con i l-a-z-z-i della soldatesca!!”

Il pubblico sobrio della città di Torino era esterrefatto.

ψ

Sublime e scurrile, ripeté debolmente.

Giunto nella stanza principale prese la mano di uno dei suoi schiavi.

Il buio del locale appena illuminato da una torcia non fece distinguere se la mano presa con tenerezza (la stessa che provava per i i cani e gli esseri inferiori della natura) fosse di pelle bianca o nera ….

ψ

 

 

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Caesar, Great Man (and Don Juan)

Silvestri, Berlusconi and the Emperor Tiberius

Toxic academic mentors

Man of Roma:

Tenure, She Wrote

Magistri Mendaces

καὶ ἐν ὑμῖν ἔσονται ψευδοδιδάσκαλοι
in vobis erunt magistri mendaces
2 Peter 2.1

ψ

Mentors are important for a young person’s mind, in Academia and elsewhere.

Like all of us, made poorer by a fraudulent economy, a youth’s mind can be treated similarly by toxic mentors

This post is about them.

[Courtesy of drmellivora from @Tenure, She wrote]

Originally posted on Tenure, She Wrote:

Unfortunately for potential scientists, professors don’t receive any formal training in mentoring – and a disastrous mentoring situation can derail a trainee’s career.  Although some professors go out of their way to think about mentoring (see Acclimatrix’s post ), and many want to be good mentors, the truth is there are some downright awful ones out there.  So what creates a ‘toxic’ mentoring relationship?  To me, the worst relationships happen when the person in power (the mentor) takes advantage of the mentee’s work without sufficient regard for their career and mental health.  Unfortunately, I’ve never been part of a department where there wasn’t at least one professor that “everyone” knew was a toxic mentor.  Some examples include:
  • One who drags out a student’s defense date for years because of limited resources for that type of research (doesn’t want the competition)
  • One who blocks mentee publications or degrees by putting up…

View original 1,592 more words

Alla faccia della Grande Bellezza (e in onore der Depardieu de Torpignattara), un pezzo di pianoforte romano-tosto (e per niente decadente)

Via Torpignattara, anni '50. Veduta del mercato e dell'incrocio con Via Casilina

“Via Torpignattara, anni ’50. Veduta del mercato e dell’incrocio con Via Casilina. Sullo sfondo Piazza della Marranella con l’abbeveratoio dei cavalli”. Cliccare per i credits, per altre immagini e accedere a un bel sito sul quartiere

Listen to this:
(by MoR, wait a few seconds)


ψ

Lello, er romanaccio Depardieu (always with us in spirit?) says:

“Un po’ contemporanea, ‘sta litania.”

Mario:

“What is this sh** …”

Experimenting (with
the Romanesco dialect)

[To the English-speaking: This post being partly written in the Romanesco dialect Google translations might be unpredictable]

[Al lettore italiano: parlare il romanesco, ok, ma scriverlo - e studiarlo come lingua - è un'altra cosa. 1° sperimento]

‘Nnamo (let’s start.)

Il Depardieu del Casilino

Gérard Depardieu al Film Festival di Brlino del 2010

Gérard Depardieu au Film Festival de Berlin (2010.)  Click for credits

Incontro Lello a un bar di Torpignattara. Sta ordinando una Ceres.

ψ

Ogni tanto ci capito, a Torpignattara, perché se hai fortuna incontri i romani veri – magari non del tempo di Tito (come gli ebrei del rione S. Angelo) – ma veri in ogni caso, di 7 generazioni.

ψ

Corpulento, sui 40 anni, i braccioni tatuati che se t’agguantano ti stritolano, Lello ha i tratti marcati e sarebbe il perfetto Gérard Depardieu del Casilino se fosse un po’ più gallico e un po’ meno scuro nei capelli e negli occhi.

Saltuariamente – al Pantheon, a piazza Navona, al centro, in definitiva – Lello compare e scompare come un fantasma suonando percussioni esotiche assieme a un contrabbassista emaciato, a un sassofonista colla panza tonda, e a un chitarrista eccezionale col cappello calato gli occhi quasi nascosti dalle rughe che pare sia di Birmingham

[Lello dice che è di Birmingham. Io gli credo]

Sorseggia la Ceres, guardandosi lentamente attorno. E’ il suo mondo, il suo ambiente.

Lello è un capo.

A ‘sto punto, dico, la ordino pure io, sta Danese perché, è così particolare, sto Lello, che voglio che mi si sciolga la lingua (che mi s’è come ingufita coll’età).

Sorrentino ce sta a fa’ neri

La Grande Bellezza

Toni Servillo as Jep Gambardella in ‘La Grande Bellezza’ by Paolo Sorrentino

Dico:

“Lello, a fijo de ‘na mignotta, vviè cqua!”

Si avvicina. Sempre pronto allo scambio umano, in realtà parla pochissimo. Annuisce.

“Ahó, possin’ammazzatte – dico – co’ sta Grande Bellezza Sorrentino ce sta a fa’ neri. Tutto il mondo parla di metafora: metafora qua, metafora là… mo’ pure gli Americani sur Nu York Times …”

Lello è impassibile. Un minuto, forse due.

Poi, guardandosi le unghie, ‘na finissima ironia nello sguardo, comincia un bofonchio, che cresce man mano e se fa cavernoso.

Capisco solo le ultime tre parole:

“[...] [...] [...] M-e-t-a-f-o-r-a de che”.

Una voce dall’antro. A sentirla di notte al buio … Depardieu me fa impazzì.

Gran bucio de c… profumato

la grande bellezza

Cerco di provocarlo (ho bisogno di fa’ casino, di distrarmi).

Provo – un’imitazione ok – a crescere piano piano pure io per poi dargli dentro dopo 20 esatte parole:

“Beh, metafora dell’Italia – dico ‘n sordina, preciso -, d’un paese destinato al declino, con Roma – girata bellissima, per carità (sennò perché il titolo), – che poi in verità è ‘na pattumiera, è solo ‘na cloaca pure un po’ fine ma inzomma, lo vogliamo dire CAZZO, è come ‘N GRAN BEL BUCIO DE CULO TUTTO PROFUMATO – so’ cavernosissimo – co’ tanto de mignotte, ruffiani, pretacci (e nani!!) – parossismo – CHE CE CAMMINAMO TUTTI SOPRA!!!!”

[Ok, non sarò Augusto Lello ecc, ma er romanesco lo mastico, mia nonna era de via Garibaldi]

The Great Beauty by

Altra pausa. Si bbeve. Er calore de ste Ceres comincia a impregnacce.

Lello, lo vedo, è un poco ‘allertato’

Poi, ‘na lievissima sfumatura de complicità (divertita?) Lello disce:

“Tutti sopra ‘sto bucio de culo”

“Tutti sopra ‘sto bucio de culo. Confermo” (mi guardo le unghie puro io)

“Che poi è profumato”
[non capisco se mi piglia per il culo; siamo romani, ok, ma Lello è tosto, niente da dire]

“Che è profumato. Riconfermo”. C’è  qualcosa che non va.

Ma sentendomi provocato sbotto, incazzato come Agosto (quello a piazza de’ Renzi 15, che si incazzava davvero, non era un fintone, e Sandro il figlio, l’ho visto piccolo, è come lui)

“Ma dimmi un po’ a Lello: a te te piasce? Vojo dì, a te te piasce che Sorrentinos mostri ste zozzerie al mondo???”

Credevo d’avello beccato ‘n pieno. Erore. Ridiventa ‘na statua. Che soggetto, minchia, e potrebbe esse mio figlio …  :?

ψ

A ripensarci, ora che lo scrivo, mi salta in quer boccino er solito carme:

[no 'n bbuzzuro stavolta, ma carme nella lingua delle madri che la sera deambulav... lasciamo perdere]

Gigante immobile e paonazzo
(e sanguigno, diciamolo, come sto pezzo di …. Bbacco).

ψ

Poi d’un tratto, uomo dalle infinite risorse, Lello trasfigura, la pelle je se chiazza, l’occhio sinistro mosso dan lieve tremito.

Allora t’ho colpito, stronzo. ma te sarai ‘ncazzato?

Via di Tor Pignattara anni '40 circa

Via di Tor Pignattara anni ’40 circa. Courtesy di Silvestro Gentile. Cliccare per i credits

Seconda Ceres. Lo seguo a ruota. Comincia, si direbbe, a approfondirsi na certa atmosfera che è solo de ‘ste parti … discorso lungo, da non fare ora (anche perché credo che ‘n ce porta a un cazzo).

Mario, homo novus
(e pallonaro)

Mario m’accompagna un bel giorno a Torpignattara.

E’ il classico chiacchierone fanfarone – niente a che vedere co gli Augusti, I Lelli -, al punto che la tragica diffusione di un simile ‘tipo psicologico’, qui, è uno dei motivi per cui molti italiani … sparlano di Roma.

Al bar mi parla di calcio, della sua vecchia Lancia vintage, delle ultime 10 partite (10!) di 4 squadre diverse. Non ci capisco molto.

Poi arriva Lello, e Mario commenta:

“Ma quello sta sempre zitto. Me sembra n’imbecille”.

[Ok, Lello-Depardieu sarà tranquillo - Mario non capisce un cavolo - ma già con gli occhi ti dice mille cose. Gli occhi di Mario, invece, esprimono il vuoto assoluto)

Dico:

"Imbecille? Errore grave, Mario mio, perché Lello, a te, t-e  s-e  m-a-g-n-a".

Nonostante calchi la voce Mario se ne fotte e scrolla le spalle (co gli occhi -quasi na punizione divina- che ripetono il nulla dell'anima).

[Che è st'anima? Che ne so. Ma che Mario l'anima non ce l'abbia mi sembra l'unica verità scientifica della storia della teologia]

Lello, antico,
laconico (e non cazzaro)

Lello è intelligentissimo, e, a differenza di Mario il cazzaro, ha un retroterra.

Sterminato.

Cerco di darvi un’idea.

ψ

Da 20 anni frequenta il centro storico (“la mia famiglia è de llì: co’ ggenitori, e i nonni, e i bisnonni, e i trisnonni -e via cantando- ci arrivi fino Adamo”).

Detto come una cantilena, difficile da spiegare, che è ritmata dalla ‘o’ di nonni (da dove viene? Mah).

ψ

Lo vedo ‘na volta al mese, anche meno oramai, ma so che c’è (e mi basta).

Lello è un capo, ripeto. Mi dà la fiducia di pensare che qui in Italia tanta gente (qualcuno al palo c’è, purtroppo) nonostante la crisi se la cava, ai vari livelli della gradinata sociale.

Nell’arte della sopravvivenza, romani e italiani, sono professionisti patentati, la storia è lì a dirlo.

E Lello, che il frescone e fannullone Mario non può capire, Lello in realtà fa.

Un piccolo
ma fiorente commercio

Lello lavora, s’ingegna.

Buon marito e buon padre di due figli, ha raggiunto la sua modesta prosperità con il commercio di cellulari e tablet a costo bassissimo, che la gente compra perché non gira più ‘na lira.

Da qualche anno s’è fatto 2 o 3 esercizietti (stanzine, in definitiva) che visita più volte al giorno, la faccia del boss autorevole ma pensoso, quasi pensasse ad altro (è però nota tutto e tutto sa).

Esercizietti che gli so’ gestiti da 3 marocchini svegli che gli fanno da bassa manco tanto bassa manovalanza, che lo rispettano, e che soprattutto je vogliono bene.

Sidi Bou Said, Tunisia. Gnu Free documentation License

Il Mediterraneo è una casa comune. Al commercio, si sa, non gli n’è mai fregato niente delle fedi diverse.

Lello dunque incede nel quartiere, coi tatuaggioni il nasone la faccia (e la stazza) del Depardieu zigano.

Una figura caratteristica come non ce ne saranno più in futuro (oppure no?) Ho sentito in giro a Roma giovanissimi di altri paesi che già parlano romanesco meglio di me.

Il tradizionale tuffo di Capodanno nel Tevere dal ponte Cavour di Roma

Il tradizionale tuffo di Capodanno nel Tevere dal ponte Cavour di Roma. Tanti sono stati i personaggi famosi in questo ‘sport’, almeno dal 1870 a oggi. Click for credits

Poi insomma cazzo (la terza Ceres, inesorabile …  :twisted:  ), ma a vede’ sti romani che se tuffano ancora da’ ponti (no Lello), con mezza falange in meno ar medio (sì Lello, cqui: ‘na sforbiciata a 16 anni).

Aaa vede’ cioè ‘sti tosti che s’industriano, che non aspettano tutto dar stato, ognuno col su’ stile, qui e in altre regioni del paese, spina dorsale che impedisce che il corpaccione italiano s’afflosci.

In altre parole, a vede’ na Roma e un’Italia positive nonostante le sofferenze, che non s’avvoltolano nella nevrosi, che non si prostituiscono, che non ballano nelle terrazze chic vista Colosseo con le narici incipriate, che non scopano le minorenni ai Parioli e nemmerno le minorenni slave sulla Salaria … cazzo!

A vede’ sti ggiovani che lottano, che imparano le lingue straniere,  che vanno ‘n culo ar monno dovunque ci sia ‘no stracciaccio de lavoro, e così facendo – poverini poverini si dice! – non diventano più deboli, ma più forti, fanghala, che si aprono la mente e il futuro …  (Mario – che mi sta vicino, compagno di scuola a cui infondo voglio bene, me dice: daje, famo notte).

Sorrentinoooos!

Neapolitan Paolo Sorrentino

Neapolitan Paolo Sorrentino. His success at the Academy Awards granted him a Roman honorary citizenship. Click or credits and to enlarge

Ok, ok, a Marioo, ma la domanda scusate che spontanea cazzo ce sorge a ‘sto punto fangulo è la seguente:

A’ Sorrentinoooos! Sarai puro Napoletano talentuoso (lo sei) ma la conosci veramente Roma? O sella conosci – non credo – non te sarai mica  ‘mbo’ incazzato perché l’ambiente del cinema romano – che è poi quello italiano – è ‘na Grande Zozzeria, cogli outsider che so’ outsider semper, tanto che Villaggio (puro Pupi Avati?) s’è addirittura ‘nbestialiddoooo?

Dice Fantozzi, ineffabile, a Mediaset:

“Sordi è il simbolo della ‘Grande Cattiveria’, la cattiveria dei Romani ‘che sono veramente, e profondamente, cattivi’ “

[detto poi con lo sguardo cattivo ... who's kidding who]

Dice che i Romani sono 'cattivi', e che Albertone è il simbolo della Grande Cattiveria.

Pianoforte romano

Ora, a me il film de Sorrentinos piasce, ma me fa puro ‘ncazzare.

Pertanto, in onore dei Lelli semper tosti e viventi (in periferia: l’hanno cacciati cogli sventramenti), residuo piccolo e coriaceo di una forza grande e suprema (passata, gone, dead).

In loro onore dicevo ‘sta musica di pianoforte dedico, da romano -più fortunato e sfortunato insieme- ad altro romano.

[Mario: "Sei un cazzone". Giovanni: "pure tu, stronzo, ma ti voglio bene"]

Pianoforte romano

Ripropossta pure qui (Mario: “per puro narcisismo, cojone” “Sei un fregnone – ma ciai raggione?” “Sì” “No” “sta minghiaaa”) :


Per te, e per tutti voi – (Gino, Sergio, Spartaco, Gianni e Samanta), oltre che pe’ sti napoletani a cui vojamo bene, no Mario? So’ i nostri cugini) – butto llà ‘sto pezzo de cazzo de pianoforte non decadente (me lo si permetta, Sorrentinooos).

Lello, romanaccio Depardieu, always with us in his a spirit, says:

“Un po’ contemporanea, ‘sta litania.

Certo, stronzo (no scusa Lello, scusa) ma nello spirito, almeno, e nell’anima (che abbiamo simili), ci metterà senza dubbio d’accordo ….

 

Roman Renaissance fountan

 

Ecco un clip del La Grande Bellezza, in tutta la sua struggente (in all its aching) … beauty bellezza.

Dulcis in fundo Pino Daniele, napoletano cantautore e chitarrista di vena raffinata, che canta Anna Magnani e il cinema romano.

[Così ricomponemo er tutto e famo pace :-) "Stronzi" "Frocioni" "So 'frocio ma me ne vanto" "Hai raggione" Ma il partenopeo "ste nutizie nu ssierve" Depaardieu mostra i braccioni "a fijo de ‘na mignotta, vviè cqua" ma viene travolto da' stilettata greca colta ... "ta' soreta è latrina, e matre, a te, na  pumpinare jamme jamme JAMME!!"]

Capitoline She-Wolf. Rome, Musei Capitolini. Public domain

Resources:

Provare tutto, dove si parla della ‘cugina greca’ di Roma, Νέα Πόλις
The Roman Jews (1). Are They the Most Ancient Romans Surviving?
Le coste meridionali del Mediterraneo
Dove si parla del legame tra sponda nord e sud (araba) del Mediterraneo
e della vocazione, oltre che universale, ‘mediterranea’, della Città Eterna.

Web site di dialetto partenopeo
[
Wiki francese: "Dans la mythologie grecque, Parthénope (en grec ancien Παρθενόπης / Parthenópês, « celle qui a un visage de jeune fille », de παρθένος / parthénos, « jeune fille », en particulier « vierge ») est une des sirènes...Strabon mentionne que son temple se situait dans la ville de Néapolis (actuelle Naples), où les habitants célébraient des jeux gymniques en son honneur.]

Poi, in tema di composizioni pianistiche (di resilience e- Mario -de fanfaroni”) :

L’inno all’Euro che non cede
L’hymne à l’Euro qui ne cède pas

Locking Horns with a Young Roman

Originally posted on Man of Roma:

Locking Horns. Fair use

In an earlier post we had said that our writings are finding free inspiration in the technique of dialectics which involves a dialogue we carry out 1) within our mind, 2) among minds (mostly through books) and 3) with readers.

As far as point 2) since we are not important persons, hence not in a position to recreate at our place a circle with top intellectuals, this virtualSymposium is what is left to us.

Which involves a certain number of virtual guests, a virtual guest being “a quotation or just a reference to a book passage“. The ideas of an author, dead or alive, participate in the discussion thanks to the greatest invention of all time: writing.

ψ

I was trying to explain this whole “Virtual Symposium & Writing” concept to this young (and uncouth) Roman, some time ago.

We locked horns a bit, like…

View original 1,125 more words

Memorie di Calcagni. Carlo Calcagni, Francesco Boncompagni Ludovisi e il pecorone (19)

Ram

Pecorone. Click for attribution and to enlarge

19° brano delle memorie di Carlo Calcagni, romano autentico nato quasi un secolo e mezzo fa. E’ il penultimo brano di una serie di 4 (vedi il 1° e il 2°) che narrano le vicissitudini di Carlo nella sua funzione di precettore presso la famiglia dei Principi Boncompagni-Ludovisi.

Traduzione in inglese del presente brano. I brani di C. Calcagni postati finora possono essere letti nell’originale o in inglese.

ψ

Una sola cosa andava proprio male

Nella villeggiatura alla Consuma c’era una sola cosa che andava proprio male e che era per me assolutamente insopportabile ed era l’affare del pecorone.

I due ragazzi, Francesco [Boncompagni Ludovisi, vedi foto in basso, ndr] e Patrizio Patrizi, si erano fatti comperare dai rispettivi padri un pecorone e fin qui niente di male.

Le cose però si erano complicate con l’acquisto di un carrettino a quattro ruote che essi attaccavano al pecorone, carrettino che rotolando sulla strada, allora tutt’altro che asfaltata, faceva un rumore stridente e terribile. Nelle nostre passeggiate dovevamo portare pecorone e carrettino.

E lì i ragazzi si divertivano ad attaccare, staccare il pecorone indugiandosi come succede e rimanendo assai indietro a noi. Noi a richiamarli, noi a strepitare che andassero almeno innanzi a noi, e di lì avremo potuto sempre vedere e sorvegliare per la strada che ai lati presentava scoscendimenti e burroni.

Noi due precettori eravamo come ossessionati dal fatto che nelle nostre passeggiate dovevamo non solo fare i precettori ma i pecorai e sopportare una quantità di angherie per dato e fatto dell’innocente bestione e del più innocente carretto.

Cerimonia di inaugurazione della Reale Accademia d’Italia (1929). Da sinistra: il ministro dell’educazione Balbino Giuliano, Tommaso Tittoni che pronuncia il suo discorso, Mussolini, Francesco Boncompagni Ludovisi governatore di Roma e, di profilo, il Segretario dell’Accademia Gioacchino Volpe. Courtesy of Istituto Luce. Click for attribution

Cardinali ed io eravamo giovani e si sa, ci montavamo anche un po’ troppo, ma certo ripensandoci anche adesso mi accorgo che la pretesa dei ragazzi e dei parenti era un po’ eccessiva. Capisco giuocare col pecorone ma portarselo in giro per chilometri e chilometri (!!) tra le risate dei passanti sia pure un po’ rari, ci corre un bel po’.

Un recondito, mefistofelico pensiero

Succedeva questo che la sera, al ritorno da qualche gita che era stata più disastrosa, nel rimettere il pecorone nella stalla io saturavo il povero pecorone di botte non violente ma spesse.

Ero sempre io a chiudere il pecorone con questo recondito e mefistofelico pensiero. A prenderlo per condurlo a passeggio con noi era quasi sempre il cuoco di Boncompagni. Una volta questo si presentò con noi con uno sberleffo in fronte e con un occhio pesto.

“Che hai fatto?” gli dico
“Ma non so, questa mattina aprendo la stalla il pecorone mi ha dato addosso come un ossesso e mi ha colpito qui e qui. Non so che cosa abbia quella bestiaccia, pare furioso e come invasato”.

Lo sapevo bene io ma naturalmente stavo zitto come un pesce.

Una volta in una delle nostre oramai disgraziatissime passeggiate con i pupilli e col pecorone attaccato al rumoroso carretto, i ragazzi erano rimasti assai indietro per trafficare ai loro giuochi intorno al loro equipaggio. Per una svolta della strada noi non li vedevamo più e allora cominciammo a chiamare, a strepitare. Nulla. Allora siamo tornati indietro e raggiuntili li abbiamo redarguiti un po’ aspramente.

Giù per il burrone

Ai nostri rimbrotti il buon Patrizio stette quieto e mortificato; non così Francesco che più sciolto e più libero si mise in fiero atteggiamento di protesta e quasi di lotta dicendo qualche parola che non ricordo bene ma che suonava come se egli, loro, volevano e potevano divertirsi a loro piacimento.

Fu un lampo. Io afferro il pecorone attaccato al carrettino e lo scaravento giù per il burrone che fiancheggiava la strada. Tutti sono rimasti allibiti e spaventati. Nella caduta il carrettino s’era sfasciato e il pecorone rimasto libero era fuggito.

Moggi moggi abbiamo fatto ritorno a casa senza il solito accompagnamento del rudimentale veicolo e del povero pecorone. Della cosa Francesco non disse nulla al padre: però poverino era rimasto molto sconfitto e depresso.

“Il pecorone in cima a quel colle lontano!” Click for attribution and to enlarge

La mattina seguente secondo il solito egli stava molto di malavoglia a studiare, si alzava, andava alla finestra a guardare in giro per la campagna. Naturalmente pensava al pecorone ma non diceva nulla. Alla fine mi dice tutto affannato:

“Guardi, guardi professore, il pecorone in cima a quel colle lontano!”
Era infatti il pecorone ma io serio gli faccio:
“Che pecorone! Studia perché adesso è ora di studiare, non di pensare al pecorone”.
Egli fuori di sé: “Ma no! Quello è il pecorone mio”.
Allora io fingendo la sorpresa dico: “Ma se è proprio lì corriamo a riprenderlo”.

E allora lasciamo libri e studi alla malora e ci buttiamo per la campagna per catturare il pecorone. Il quale stava tranquillo fino che noi non c’eravamo avvicinati. Allora entravo in giuoco io, e il pecorone che mi conosceva bene assai fuggiva appena io mi accostavo per prenderlo.

Questo giuoco durò per parecchio tempo. Durante la mattinata furono reclutati altri inseguitori di scorta e finì per essere una vera caccia assai movimentata.

Finalmente il pecorone fu ripreso e messo nella stalla.

ψ

Se non altro avevo guadagnato che non c’era più il carrettone e che il pecorone con i suoi protettori andava sempre avanti a noi perché non appena mi accostavo io il pecorone fuggiva avanti per distanziarsi da me che ero stato ed ero il suo persecutore.

Il mio precettorato finì perché io dovevo fare il militare e mio padre che dalle mie lettere aveva intuito qualche cosa che non andava mi richiamò in modo brusco e definitivo a Roma.

Calcagni’s Memoirs. Carlo Calcagni, Francesco Boncompagni Ludovisi and the Ram (19)

Ram

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19th excerpt from the memoirs of Carlo Calcagni, a true Roman born almost one and a half century ago and my maternal grandmother’s eldest brother. Read all excerpts posted so far in English or in Carlo’s original Italian text.

This post is the third out of a series of 4 (see 1 and 2) where Carlo narrates his experience as Prince Francesco Boncompagni’s tutor.

Things got out of Hand

During our holiday at Consuma there was only one thing that was really bad and absolutely unbearable to me: a ram.

The two boys, Francesco [Boncompagni-Ludovisi, see picture below, MoR] and Patrizio, had received from their respective fathers an enormous ram as a gift – and so far nothing wrong.

Things though got out of hand with the purchase of a four-wheeled cart that they attached to the ram and that was making a grinding, terrible noise rolling on the road far from being asphalted at that time.

And there they were, the two boys, having fun at attaching and detaching the beast and taking their time as it happens and remaining much behind us along the road. And we calling and screaming at them that they at least rolled in front of us, where we’d always have been able to watch them and monitor the road whose sides had ravines and gullies.

We were two tutors like obsessed by the fact that we had to be in our walks not only tutors but also shepherds and had to endure numerous vexations on account of that innocent animal and of that even more innocent cart.

Opening ceremony of the Royal Accademia d’Italia (1929). From the left: Balbino Giuliano, Ministry of Education, Tommaso Tittoni giving a speech, Benito Mussolini, Francesco Boncompagni Ludovisi, governor of Rome, Gioacchino Volpe, Secretary of the Academia. Courtesy of Istituto Luce. Click for attribution

Cardinali and I were young, you know, and easy to get overly excited, but I certainly realize  – now that I look back at those days – that the boys’ and their relatives’ demands were a bit too much. Playing with a ram, I can understand, but carrying it around for miles and miles (!!) among the laughters of passersby even if seldom met, it’s quite another question.

A Mephistophelian Idea in Mind

Now it happened that in the evening, after returning from excursions that had been particularly disastrous, I brought back the ram into the barn and worked the poor animal over with frequent though not too hard blows.

I was the one who always shut the beast into the barn, with this furtive, Mephistophelian idea in mind. Boncompagni’s cook instead picked the ram up in the morning before our daily walk.

One day the cook appeared before us with a bump on his forehead and a black eye.

“What happened?” I told him.
“I have no idea. While opening the barn this morning the ram charged me like mad and hit me here and here. I don’t know what’s the matter with that beast. It’s like furious, possessed.”

Of course I knew what the matter was but kept mum.

One day, during one of our very unfortunate walks together with our pupils and the ram attached to the noisy cart, the boys had remained far behind busy as they were with their good time with the crew. After a bend in the road we could not see them any more so we started to call, to yell. Nothing. So we went back and after reaching them we gave them a harsh reprimand.

Down the Ravine

To our reproaches good Patrizio stood quiet and mortified; not so Francesco who, freer and easier, stood in a stark attitude of protest and almost battle and said a few words that I can’t recall but sounded as if he, they, willed and had the power to have fun to their liking.

It happened in a flash. I grabbed the ram attached to the cart and threw it down the ravine which flanked the road. Everyone remained shocked and frightened. In its fall the cart fell to pieces and the beast broke free and fled.

We returned home crestfallen without the usual accompaniment of the rudimentary vehicle and of the poor animal. Francesco said nothing to his father. The poor boy felt however very much defeated and depressed.

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The next morning he was as usual studying reluctantly and kept standing up and reaching the window to look around the countryside. He of course was thinking about the ram but said nothing. In the end he said to me all out of breath:

“Look, look, teacher! The ram, on top of that far away hill!”
It was in fact the beast but I seriously exclaimed:
“What ram are you talking about! Study, since it’s now time to study, not to think of your ram.”
But he, out of his mind: “No! THAT is my ram.”
Thus, pretending to be surprised, I said: “Well, if it’s really out there let’s run and catch it back.”

So we let books and studies to hell and hurled ourselves into the fields in order to grab the ram. Which kept quiet until we were far from it. I then walked into play and the ram which knew me very well fled like hell as soon I got close to catch it.

This game lasted for a long time. During the whole morning other spare chasers were recruited and it all ended up in a real, frantic hunt.

At last the beast was captured and put back into the barn.

ψ

If nothing else, I had obtained that there was no cart any more and that the ram with his tutors was always ahead of us since as soon as I moved closer the ram sprang forward in order to escape from me who had been and was his persecutor.

My tutorship ended because I had to be in the Army and my father had sensed from my letters that something was wrong so he called me back to Rome in an abrupt and final way.

The Wandering Youth and the Mother

Iraklion Port in Crete

Iraklion Port in Crete, Greece. Click for credits and to enlarge

“Thus, one morning I removed myself again from my family home. My weeping mother asked:

‘How long will you keep going away? How long?’

I wanted to answer (how unfeeling youth is!): as long as I’m alive, Mother; as long as I’m alive. But I restrained myself. I kissed her hand, and the sea carried me off.”

ψ

[From Report to Greco by Nikos Kazantzakis (translation by P.A. Bien)]

Published in: on March 21, 2012 at 11:29 am  Comments (24)  
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Il mio maestro

English original

Le mie idee cominciarono a fermentare 35 anni fa, quando mi imbattei nella persona che nel presente blog chiamo Magister, ovvero il mio caro Maestro.

Aveva piovuto tutto il giorno. Roma ha uno strano odore quando piove. Ero andato per caso nel centro culturale nel quale Magister era solito tenere conferenze, nei pressi del Tevere, il fiume sacro di Roma.

Già molto vecchio, capelli e barba bianchissimi, i suoi occhi erano attenti, penetranti. Nei ruggenti anni ’70 l’Italia era tutto un dibattito. Sto ascoltando The Dark Side of the Moon per cercare di ricreare l’atmosfera di quei giorni lontani.

Roma. Tevere sotto la pioggia. Courtesy of ‘eternallycool.net’

Il Maestro parlava a voce bassa per lo più e il silenzio degli ascoltatori era assoluto, a volte persino imbarazzante. Quando gli capitava di arrabbiarsi la voce si faceva potente, e gli occhi scintillavano.

Non lo dimenticherò mai. Ero un brutto anatroccolo prima di conoscerlo. Non che egli abbia fatto di me un cigno (l’idea fa ridere) ma certo da lui ho ricevuto tanto, la nozione tra le altre cose della mente e della volontà quali potenti strumenti di libertà.

Chissà se sono stato un buon allievo. Lasciai casa in cerca di fortuna. Sfortuna è di quei giovani che non incontrano mai maestri.

Non dirò chi fosse. Non che a lui freghi molto perché ormai non c’è più. Riposa da qualche parte nella Città Eterna da lui così intensamente amata.

Lo adoravo e non fui il solo a piangere sulle sue ceneri.

Avendo dei motivi per non rivelarne l’identità, vorrei solo qui ripetere che a lui devo veramente molto, non ultimo quest’amore, curiosità, desiderio di conoscenza – non so bene come dirlo -, questa specie di “edonismo culturale” (o “conoscitivo”, per gli anglosassoni) che tende ad auto-organizzarsi e che a dispetto dell’età continua a crescere invece di abbandonare il mio spirito.

Tra le altre cose devo al Maestro il metodo dialettico utilizzato in questo blog nonché l’idea che la scrittura sia la miglior palestra per imparare a pensare in modo chiaro, razionale, ordinato.

Scrittura & pensiero

Writing. Low res. Fair use

Writing, thinking, clarifying,
striving to sort out thoughts
in ways so “clear and ordinate”
and comprehensible.

This, many years ago, Magister counselled
for the good education of the mind.
Beloved Magister,
writer, philosopher, educator…

 

[Pensare, scrivere e chiarire:
lo sforzo del disporre i tuoi pensieri
in modo chiaro, ordinato e comprensibile.

Così tanti anni or sono
il Maestro consigliava
per la buona educazione della mente.

Il caro Maestro,

filosofo, scrittore, pedagogo ...]

 

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