19° brano delle memorie di Carlo Calcagni, romano autentico nato quasi un secolo e mezzo fa. E’ il penultimo brano di una serie di 4 (vedi il 1° e il 2°) che narrano le vicissitudini di Carlo nella sua funzione di precettore presso la famiglia dei Principi Boncompagni-Ludovisi.
Traduzione in inglese del presente brano. I brani di C. Calcagni postati finora possono essere letti nell’originale o in inglese.
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Una sola cosa andava proprio male
Nella villeggiatura alla Consuma c’era una sola cosa che andava proprio male e che era per me assolutamente insopportabile ed era l’affare del pecorone.
I due ragazzi, Francesco [Boncompagni Ludovisi, vedi foto in basso, ndr] e Patrizio Patrizi, si erano fatti comperare dai rispettivi padri un pecorone e fin qui niente di male.
Le cose però si erano complicate con l’acquisto di un carrettino a quattro ruote che essi attaccavano al pecorone, carrettino che rotolando sulla strada, allora tutt’altro che asfaltata, faceva un rumore stridente e terribile. Nelle nostre passeggiate dovevamo portare pecorone e carrettino.
E lì i ragazzi si divertivano ad attaccare, staccare il pecorone indugiandosi come succede e rimanendo assai indietro a noi. Noi a richiamarli, noi a strepitare che andassero almeno innanzi a noi, e di lì avremo potuto sempre vedere e sorvegliare per la strada che ai lati presentava scoscendimenti e burroni.
Noi due precettori eravamo come ossessionati dal fatto che nelle nostre passeggiate dovevamo non solo fare i precettori ma i pecorai e sopportare una quantità di angherie per dato e fatto dell’innocente bestione e del più innocente carretto.

Cerimonia di inaugurazione della Reale Accademia d’Italia (1929). Da sinistra: il ministro dell’educazione Balbino Giuliano, Tommaso Tittoni che pronuncia il suo discorso, Mussolini, Francesco Boncompagni Ludovisi governatore di Roma e, di profilo, il Segretario dell’Accademia Gioacchino Volpe. Courtesy of Istituto Luce. Click for attribution
Cardinali ed io eravamo giovani e si sa, ci montavamo anche un po’ troppo, ma certo ripensandoci anche adesso mi accorgo che la pretesa dei ragazzi e dei parenti era un po’ eccessiva. Capisco giuocare col pecorone ma portarselo in giro per chilometri e chilometri (!!) tra le risate dei passanti sia pure un po’ rari, ci corre un bel po’.
Un recondito, mefistofelico pensiero
Succedeva questo che la sera, al ritorno da qualche gita che era stata più disastrosa, nel rimettere il pecorone nella stalla io saturavo il povero pecorone di botte non violente ma spesse.
Ero sempre io a chiudere il pecorone con questo recondito e mefistofelico pensiero. A prenderlo per condurlo a passeggio con noi era quasi sempre il cuoco di Boncompagni. Una volta questo si presentò con noi con uno sberleffo in fronte e con un occhio pesto.
“Che hai fatto?” gli dico
“Ma non so, questa mattina aprendo la stalla il pecorone mi ha dato addosso come un ossesso e mi ha colpito qui e qui. Non so che cosa abbia quella bestiaccia, pare furioso e come invasato”.
Lo sapevo bene io ma naturalmente stavo zitto come un pesce.
Una volta in una delle nostre oramai disgraziatissime passeggiate con i pupilli e col pecorone attaccato al rumoroso carretto, i ragazzi erano rimasti assai indietro per trafficare ai loro giuochi intorno al loro equipaggio. Per una svolta della strada noi non li vedevamo più e allora cominciammo a chiamare, a strepitare. Nulla. Allora siamo tornati indietro e raggiuntili li abbiamo redarguiti un po’ aspramente.
Giù per il burrone
Ai nostri rimbrotti il buon Patrizio stette quieto e mortificato; non così Francesco che più sciolto e più libero si mise in fiero atteggiamento di protesta e quasi di lotta dicendo qualche parola che non ricordo bene ma che suonava come se egli, loro, volevano e potevano divertirsi a loro piacimento.
Fu un lampo. Io afferro il pecorone attaccato al carrettino e lo scaravento giù per il burrone che fiancheggiava la strada. Tutti sono rimasti allibiti e spaventati. Nella caduta il carrettino s’era sfasciato e il pecorone rimasto libero era fuggito.
Moggi moggi abbiamo fatto ritorno a casa senza il solito accompagnamento del rudimentale veicolo e del povero pecorone. Della cosa Francesco non disse nulla al padre: però poverino era rimasto molto sconfitto e depresso.
La mattina seguente secondo il solito egli stava molto di malavoglia a studiare, si alzava, andava alla finestra a guardare in giro per la campagna. Naturalmente pensava al pecorone ma non diceva nulla. Alla fine mi dice tutto affannato:
“Guardi, guardi professore, il pecorone in cima a quel colle lontano!”
Era infatti il pecorone ma io serio gli faccio:
“Che pecorone! Studia perché adesso è ora di studiare, non di pensare al pecorone”.
Egli fuori di sé: “Ma no! Quello è il pecorone mio”.
Allora io fingendo la sorpresa dico: “Ma se è proprio lì corriamo a riprenderlo”.
E allora lasciamo libri e studi alla malora e ci buttiamo per la campagna per catturare il pecorone. Il quale stava tranquillo fino che noi non c’eravamo avvicinati. Allora entravo in giuoco io, e il pecorone che mi conosceva bene assai fuggiva appena io mi accostavo per prenderlo.
Questo giuoco durò per parecchio tempo. Durante la mattinata furono reclutati altri inseguitori di scorta e finì per essere una vera caccia assai movimentata.
Finalmente il pecorone fu ripreso e messo nella stalla.
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Se non altro avevo guadagnato che non c’era più il carrettone e che il pecorone con i suoi protettori andava sempre avanti a noi perché non appena mi accostavo io il pecorone fuggiva avanti per distanziarsi da me che ero stato ed ero il suo persecutore.
Il mio precettorato finì perché io dovevo fare il militare e mio padre che dalle mie lettere aveva intuito qualche cosa che non andava mi richiamò in modo brusco e definitivo a Roma.




















