Prefazione
Nel giungo 2009 dopo una certa esitazione decisi di postare nel blog alcune pagine tradotte anche in inglese dei ‘Ricordi’ del Conte Carlo Calcagni, un romano vero nato quasi un secolo e mezzo fa, il fratello maggiore di mia nonna materna.
In questa Parte I-II raccolgo tutti i brani finora postati e in una Part 1-2 le versioni in inglese. Ci saranno altre parti. Ogni brano forma un capitolo e contiene un link alla rispettiva versione inglese perché è lì che sono pervenuti i commenti dei lettori.
Questi ricordi sono stati letti solo da parenti e amici. Ora che quasi tutta questa gente non c’è più spero di non turbare la suscettibilità di alcuno se lascio che degli stralci di queste memorie vengano letti al di fuori di una cerchia ristretta.
Nessuno, credo, fu più romano di Carlo, le cui doti di intelligenza, umorismo e bonarietà costituiscono tratto tipico della città di Roma ma anche son doti proprie a lui soltanto. I ricordi spaziano dalla prima metà dell’800, l’età del nonno, il conte Filippo Calcagni, fino al giorno di Ognissanti del 1947, data in cui Carlo cessò la stesura delle sue memorie.
Esse narrano di una Roma scomparsa e offrono un vivace spaccato dei tre ambienti sociali che costituivano il popolo della città d’allora: l’aristocrazia (a cui egli apparteneva, seppur sprovvisto di mezzi), il generone (gente d’affari e affittuari dei latifondi della nobiltà) e il popolino, quello descritto dal Belli, con cui egli era a diretto contatto poiché nato e vissuto a Trastevere, allora il quartiere della povera gente (il quadro di Roesler Franz in cima alla pagina raffigura la chiesa di Santa Bonosa a Trastevere, demolita nel 1888 durante l’edificazione di Piazza Sonnino e dei muraglioni del Tevere).
Le pagine di Carlo Calcagni sono scritte in un vivo italiano del tempo passato, reso ancor più vivace da qualche traccia di romanesco.
Per la traduzione in inglese ho fatto quello che ho potuto non essendo madrelingua. Cercherò di migliorarla nel tempo.
Gli stralci dai Ricordi sono qui inseriti senza fine di lucro. Il copyright appartiene ai parenti dell’autore.
Ricordi di Carlo Calcagni. Parte I
Capitolo 1.1
Nascita, aspetto, salute.
Primi insegnamenti del padre
Sono nato a Roma il 12 agosto di un anno oltre il 1870, l’anno della breccia di Porta Pia, in una casa alle falde del Gianicolo, in via Garibaldi. Io non voglio dire precisamente l’anno di nascita per un resto di ragionevole pudore. Ma perché questo pudore che è una debolezza, una civetteria assai strana in un uomo? Non lo so ma non lo dico. Sono vecchio e basta.
Sono alto un metro e 75 centimetri e ½ (non ho potuto fare il granatiere come mio fratello Gigi alto m. 1,82), peso 84-86 kg. e perciò sono abbastanza ben messo: anche senza tanta pancia, un tipo forte insomma e muscoloso. Infatti sono stato fortissimo e ho praticato tutti gli sports quando di sports ancora non si parlava e perciò mi davano del matto. Devo forse a questi esercizi il mio portamento piuttosto eretto, franco e spigliato.
Ho occhi cerulei – che avevo un tempo quasi celesti – e capelli castano chiari: una cosa un po’ speciale per un italiano. Il naso perfettamente dritto e che non piega né a destra né a sinistra, cosa questa eccezionale mi dicono perché in generale il naso è leggermente deviato o in qua o in là.
Ora naturalmente, alla mia età, ho i capelli bianchi. Un tempo avevo la faccia piuttosto regolare e fine, con espressione aperta e calma, un tipo piuttosto esotico sia nei tratti sia nella carnagione: un tipo tra inglese e americano. Tanto che spesso ero scambiato per uno straniero di quelle parti.
Salute di ferro, capace di sopportare qualunque fatica e disagio, così all’improvviso e senza preparazione, capace di non mangiare, di non bere, se avevo da fare o ero occupato in qualche cosa che mi prendeva profondamente. Del resto ero figlio di mio padre che tra tanti aforismi (ne verranno tanti in seguito), uno ne aveva quasi di continuo ed era questo: bisogna mangiare, tanto per non cascare a faccia avanti.
E ci aveva sempre predicato e fatto anche vedere che il corpo deve essere abituato a servirci in tutto e per tutto, non ad essere il padrone. Nelle nostre abituali passeggiate a piedi, s’intende, «Papà ho fame», «Papà ho sete», si diceva spesso da noi.
«Che vergogna, e che sei una bestia? Se hai fame mettiti un sassetto in bocca. Se hai sete prendi tra le labbra un filo di fieno o di paglia».
«Papà sono stanco». E lui si metteva allora di passo ginnastico a correre per spingere noi a seguitarlo e a non rimanere tanto indietro. E a quei tempi si era ben piccoli: un 9 – 10 anni.
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Capitolo 1.2
Morte improvvisa del nonno.
Il padre cresce da sé
La mia dunque era una famiglia molto numerosa: 6 figli grandi e grossi che avevano bisogno di tante cose per crescere, per essere nutriti, vestiti, calzati, educati e istruiti. E invece se come nascita, parentela, condizione mio padre era certamente al di sopra della media, assai superiore, come risorse finanziarie era veramente sprovvisto di tutto che non fosse lo strettissimo quasi troppo stretto necessario. Perché? Come? Non lo so bene perché, non me lo hanno mai detto, mio padre cercava di sorvolare su questo tema.
Anticamente la famiglia aveva possedimenti di terre in quel di Velletri, dove esiste nelle vicinanze della città un colle che si appella tuttora Colle Calcagni e un palazzo a Roma presso la piazza Nicosia, il rispettabile e bell’isolato che è ora il palazzo Cardelli. Mio nonno, il conte Filippo Calcagni, ingegnere, era stato guardia Nobile di S.S [vedi a sinistra un'immagine di guardia nobile]. A un certo punto diede le dimissioni dal Corpo e intraprese la carriera libera e diventò tra l’altro ingegnere dei SS. Palazzi.
Quando Gregorio XVI fece il viaggio per le province del suo Stato, l’ingegnere di Palazzo fu incaricato di ispezionare le strade che il Papa avrebbe dovuto percorrere. Per la lunga discesa che da Serravalle del Chienti va giù fino a Tolentino mio nonno ebbe un incidente di vettura, mortale.
Il cavallo si diede alla fuga per la discesa. Erano in due sulla vettura, uno rimase fermo attaccato alla carrozza inchiodato dallo spavento: mio nonno invece per salvarsi saltò giù a terra, ma batté il capo e rimase tramortito. Non morì sul colpo. Dopo qualche giorno una settimana forse morì tra le braccia della moglie corsa al suo capezzale ma senza aver ripreso conoscenza. E’ sepolto nella chiesa di Serravalle; una grossa lapide a mezzo della parete sinistra entrando rievoca in stile enfatico il triste caso. Mia nonna, contessa Carlotta Negroni, aveva allora soli 23 anni, aveva soltanto papà di 3 anni ed era incinta di mia zia Maria.
Mio padre dunque non ha avuto educazione dal padre ed è vissuto tra la madre vedova inconsolabile e la sorella Maria per la quale aveva una vera adorazione, un feticismo bene spiegabile. Beni di fortuna nulla, o pochini avuti dai parenti ricchi, pure pochini assai credo, e certa e sicura invece una condizione assai grama: quella disagiata e penosa dei parenti poveri.
Naturalmente – e si spiega bene – tutte le cure e gli aiuti morali e materiali dei parenti ricchi erano per la femmina, zia Maria, molto giovane e molto bella; il maschio Nino, mio padre, avrebbe fatto da sé.
E infatti fece da sé: a 19 anni appena finiti e non completati gli studi al famoso Collegio Romano, studi di grammatica, rettorica, filosofia e umanità, fece domanda per entrare nel Corpo della Guardia Nobile di S. Santità. La sua domanda fu accettata.
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Capitolo 1.3
Dubbi sulla
eredità familiare
Non ho mai saputo come fossero andate queste cose perché mio padre rifuggiva dal parlarne e diceva che tutto ciò non aveva importanza tanto a questo mondo bisogna lavorare per vivere e non fondarsi sul fatto degli altri o su speranze effimere.
Ci diceva:
“La nascita non ha importanza, quello che importa è il lavoro e l’onestà. Guardate nostro Signore, ha lavorato, ha sudato facendo il falegname nella bottega di Nazaret e poi a parte, piano, da sé: però era della stirpe di David”.
Il fatto importante e che mi ha sempre dato il sospetto di qualche irregolarità, di qualche sopruso o indelicatezza da parte dei parenti nella divisione o nell’assegnazione effettiva dei beni ereditari dei Calcagni è questa: mio padre, che era adorato dai parenti per le sue doti di carattere e di festosità, e che era ricercato assai da loro, non si era mai prodigato in affetto per loro.
Andava lui, ci portava qualche volta a trovare i parenti ricchi, stava un dieci minuti festeggiatissimo e festeggiante assai ma poi di colpo se ne andava quasi senza salutare e se ne riparlava poi dopo parecchi mesi. Certamente ci doveva essere un contrasto latente e sordo, forse di interessi, che è il più potente a disunire, ad amareggiare, a dare cordoglio.
C’era di fatto un abisso incolmabile tra il modo di fare e di giudicare di mio padre e quello di tutti i parenti paterni che io ho conosciuto.

Villa Mondragone nei pressi di Frascati. Ai tempi di Carlo Calcagni era un famoso collegio dei Gesuiti per giovani aristocratici. Wikipedia image
Per esempio, quando ad una certa età si ventilò tra parenti l’eventualità di un buon collegio per l’educazione di noi maschietti del parentado presso a poco della stessa età, ci fu una specie di congresso di famiglia. Dissero a mio padre che si pensava di mandare tre o quattro ragazzetti a Mondragone, il celebre collegio dei Gesuiti presso Frascati (vedi immagine sopra), e fecero intendere a mio padre che se avesse voluto mandare il suo (io) insieme con gli altri, per le spese si sarebbero messi insieme tutti per dare una spinta, un aiuto.
Mio padre rispose:
«Grazie del pensiero ma mio figlio me lo educo da me».
«Bravo!!! Lo educherai per le rive del fiume…»
E mio padre:
«Sì, per le rive del fiume ma con me … Del resto vedremo chi riuscirà meglio».
Non sta a me giudicare, non posso qui fare il processo ad altre persone che sono in parte morte, in parte sbandate abbastanza male per il mondo; ma certo la mia educazione non ha presentato e non presenta sostanziali deficienze di fronte a quella data ed ottenuta nei collegi anche migliori. Anzi …

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Capitolo 1.4
Povertà, Trastevere
e il funerale del padre
Mio padre ogni giorno andava fino a casa della sorella che abitava col marito e con l’unica figlia Carlotta in via Panisperna (casa propria), come diceva mio padre con una nota intraducibile, e mio padre abitava invece a piazza S. Cosimato in Trastevere (noi siamo tutti trasteverini) il quartiere dei poveri poiché allora non esisteva né il quartiere S. Lorenzo né il Trionfale.
Altra particolarità della nostra famiglia era una specie di isolamento contegnoso e dignitoso in cui vivevamo. A casa nostra non veniva mai nessuno; meno casi eccezionali veramente come una malattia, un bisogno urgente, noi eravamo sempre soli, sempre noi, esclusivamente noi. Mio padre con frase enfatica chiamava la casa sempre il penetrale domestico, la casa era una specie di sancta sanctorum dove non c’era accesso per gli estranei, per nessuno.
Credo che oltre un senso quasi di gelosia e di pudore sentimentale ci fosse anche il sentimento e la consapevolezza della nostra miseria. Avevamo una casa più che modesta, con pochissimi mobili, con i soli letti per dormire, una tavola per mangiare sulla quale poi noi si studiava, e pochi utensili per cucinare e nessun fronzolo, nessuna civetteria, una casa di poveri, pulita ma spoglia, assolutamente. E lì ci sentivamo padroni e arbitri. Di che poi? Ma arbitri di vivere così con la nostra miseria neanche dorata o larvata, con la consapevolezza della nostra unione, del nostro affetto, in un ambiente di assoluta intimità.
Neanche gli altri inquilini venivano mai da noi. Per comune consenso, patto tacito accettato da tutti, la casa del Conte era rispettata e guardata come sacra e inviolabile. Tutti ci salutavano, erano gentili e affabili, ma non si accostavano, non c’era unione con noi, somiglianza di rapporti o di abitudini.
Eppure fatto strano: quando morì mio padre alle 4 e mezza di notte (mercoledì 22 settembre 1909) dopo un secondo la casa nostra si riempì di gente che quasi non conoscevamo, di tutti gli inquilini del palazzo. I quali si misero in quattro per confortarci, per darci aiuto con le prestazioni più umili e più gradite in quei momenti di angoscia. Chi portava caffè, chi acqua calda, chi un uovo, chi un frutto, insomma uno spettacolo consolante e commovente insieme, svolgentesi così, inaspettatamente, nel colmo della notte.
E sì che noi ci eravamo ben guardati dal fare qualsiasi manifestazione di cordoglio eclatante o da richiedere qualsiasi aiuto o soccorso.
Ai funerali di mio padre c’erano molti, anzi tutti gli amici suoi che erano tornati a bella posta a Roma dalle villeggiature, tutti i parenti di padre e di madre, ed è naturale, ma c’era tutto il Trastevere. Da Piazza S. Cosimato a S. Francesco a Ripa il tratto non è breve, eppure il feretro seguito dai figli maschi, io in nero (con un abito comprato bello e fatto da Pola e Todescan), Gigi e Paolo in uniforme di soldati, è passato tra due ali fitte di popolo, popolino, muto e rispettoso. Tutte le botteghe e i negozi erano chiusi quasi per lutto nazionale, anzi proprio per questo. Uno spettacolo che certo io e le due che sopravviviamo non possiamo davvero dimenticare, l’omaggio spontaneo e devoto ad una personalità, a un tipo, a una figura che scompariva e che forse nessuno altro poteva sostituire.
Non ho inteso quei bisbigli indistinti, quelle curiosità, quelle domande, quei commenti che si fanno nei grandi funerali. Ma chi è? Chi è morto? Tutti lo sapevano e non avevano la necessità di informarsi o di commentare. Era morto il Conte.
In Chiesa [vedi sopra], Messa cantata a tre con buonissima musica: la salma a terra more nobilium, l’ultimo riconoscimento della nascita e della condizione, certo un po’ tardivo.

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Capitolo 1.5
Elvira, la decana,
fa rigar dritto qualcuno
Le prime nate di casa sono state due femmine, la prima Agnese [che morirà giovanissima, MoR] e poi Elvira. Agnese dicono che sia stata una vera bellezza: capelli biondi occhi neri. La vestivano come figlia prima molto bene e mio padre appena fu possibile la portava a passeggio al Gianicolo, al Pincio o in altri giardini di Roma. Ne era fierissimo e gradiva assai i commenti entusiastici di altre persone, balie, bambinaie e madri. Egli che è andato vestito sempre assai dimesso diceva:
“E’ una bella bambina … sfido! È figlia di un principe russo!”
“Ma come va che vi chiama papà?”
“Ah sì, per vezzo, perché io sono il maggiordomo vecchio di casa e mi vuol tanto bene”
Quando nacqui io, il terzo, mio padre giubilò tanto di avere finalmente il maschio che si mise a ballare, cantando da sé la musica di una mazurka.
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Elvira la grande, la decana, come statura in donna ricorda mio padre, è più seria e riguardosa ma ha la stessa decisione di mio padre, anch’essa ha lo scatto pronto, la battuta facile, ma meno bizzarra e festosa di quella di mio padre. Essa è monaca nel più profondo e vero senso, una monaca popolare. Non è affatto scrupolosa e nel suo discorso fa spesso capolino il fare franco, spigliato e alquanto libero della trasteverina autentica e tradizionale.
Una volta a Roma a Trinità di Monti [vedi entrambe le foto] era stata direttrice delle scuole delle povere. Aveva saputo che i vetturini di piazza a Trinità di Monti all’uscita delle bambine davano loro molto fastidio con parole e con gesti. Elvira allora non curando il divieto della clausura mise fine allo sconcio. Uscì dalla porta insieme con le ragazze di scuola e quando queste si furono allontanate apostrofò i bottari in malo modo parlando in perfetto trasteverino.
Sensazione tra quegli uomini che sentivano non una monaca ma una che parlava proprio la loro lingua e molto a proposito. Lo sconcio finì e nessuno si azzardò più a dar fastidio alle ragazze.
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Sempre a Trinità di Monti [la chiesa sopra è vista dalla gradinata di Piazza di Spagna, MoR] e sempre come direttrice della scuola, Elvira ne fece un’altra delle sue. Io passando per via della Panetteria per caso intesi questo discorso tra madre e figlia, due popolane:
“Oggi la minestra l’hai mangiata?”
“Sì”
“E come mai che oggi sì e ieri no?”
“Perché la madre Calcagni l’ha fatta fare buona”
Io incuriosito lo chiesi a mia sorella e allora ella fu costretta a raccontarmi il fatto. Il fatto era questo. Ella si era accorta che da qualche giorno nessuna delle alunne mangiava più la minestra. La volle assaggiare e la dovette sputare: era immangiabile e non sapeva che di acqua sporca. Corre dalla cuciniera e fa la domanda:
“Ma mi dica, come fa lei la minestra?”
“Eh! Prendo una marmitta di acqua ben calda, ci metto dentro il sale e poi dei pezzi di pane duro”
“E niente altro?”
“No”
“Perché? Ma così si fa la bobba per i cani non la minestra per i cristiani!”
“Ma si tratta di poveri, devono contentarsi”
“Senta, lei deve fare la minestra e non deve discutere se è per i poveri o per i ricchi. Ci metta un po’ di odori e ci metta un po’ di grasso e vedrà allora che la minestra sarà mangiata da tutte le ragazze”.
Lo sconcio della minestra finì ma le azioni diciamo così di Elvira come monaca subordinata e rispettosa delle convenienze decaddero assai.

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Capitolo 1.6
Due ‘ragazzacci’
incontrano papa Leone XIII
Il più celebre avvenimento della fanciullezza mia e di Elvira è senza dubbio il nostro incontro o meglio scontro con Leone XIII [Papa dal 1878 al 1903, MoR].
Mia sorella Elvira entusiasmata dai miei racconti del Vaticano, delle logge di Raffaello dove io sempre passavo per andare ai giardini, di papà che in uniforme seguiva a cavallo la carrozza del Papa, tutte cose che io conoscevo bene perché spessissimo quando mio padre era in servizio io lo seguivo in Vaticano e poi quando c’era la passeggiata in giardino stavo nascosto insieme con l’ordinanza di mio padre, tra la siepe e i boschetti per vedere i vari passaggi del trono papale, mia sorella, dico, volle una volta seguirmi per vedere anche lei queste meraviglie. Dopo molto pregare, mio padre che non ci sapeva negare nulla portò una volta anche lei.
Quando il Papa scese in giardino per la passeggiata, l’ordinanza, una volta partito il Papa in carrozza, ci portò per strade diverse e recondite dei giardini fino al celebre roccolo – ossia terreno stabilito per la caccia alle reti, il paretaio, da dove a nostro agio e bene celati dalla verdura, avremmo potuto vedere il Papa che usava andare in quei pressi nella sua cara vigna che aveva fatto piantare quasi a ridosso del roccolo [vedi immagine sotto]. Questo paretaio per chi non lo sapesse era una superficie circolare molto ampia, cintata da alberi e da siepi di bossi all’esterno e all’interno verso lo spiazzo libero da un’altissima e una fitta siepe. C’era dunque una specie di corridoio circolare di dove si poteva bene assistere senza essere visti a quel che succedeva fuori e dentro al paretaio.
L’ingresso di questo paretaio era costituito da una piccola costruzione molto bassa cosicché una volta entrato nel corridoio e girato un poco o a destra o a sinistra non si vedeva più l’ingresso. L’ordinanza ci condusse dunque là e ci raccomandò di non fare rumore quando il papa si fosse accostato all’esterno del corridoio e ci lasciò soli.
Figurarsi l’emozione di Elvira e mia quando effettivamente vedemmo che il Papa veniva verso la nostra volta soffermandosi ad ogni pianta, guardando e toccando i grappoli bellissimi di uva e conversando con mio padre. Il gruppo seguito da alcuni dignitari ecclesiastici o persone del seguito, tutti nei loro caratteristici costumi, si veniva accostando sempre più a noi sicché potevamo goderci uno spettacolo inusitato per noi e sconosciuto al resto della cristianità. Il Papa, per così dire, in privato.
Però il Papa si avviava anche verso l’entrata del roccolo e noi, anche piccoli, capimmo che la nostra posizione diventava incerta e pericolosa assai e istintivamente con grande cautela seguendo il corridoio circolare ci allontanammo dall’ingresso. Terrore! Dalle voci e dal rumore dei passi ci accorgemmo che il Papa con tutto il seguito era proprio entrato nel piccolo atrio per visitare il roccolo, luogo un po’ abbandonato invero e che non era stato mai meta dei suoi passi.
Che cosa fare? Quale parte prendere per sfuggire ad un incontro che poteva essere anche inevitabile e fatale dato che non potevamo più vedere l’atrio che dall’ingresso immetteva nel corridoio circolare? Addirittura pazzi di terrore ci prendiamo per la mano e poi così, alla cieca, senza più attendere, ci slanciammo verso l’uscita. Fatalità! Il Papa aveva proprio preso la direzione verso di noi e noi andiamo quasi a sbattere contro i suoi piedi, confusi, esterrefatti e trafelati. Leone XIII die’ uno scatto indietro all’improvvisa irruzione, tutto il corteo si fermò turbato e scandalizzato specie quando Leone XIII disse con voce assai corrucciata:
“Ma chi sono questi ragazzacci?”
Noi già eravamo lontani in fuga precipitosa e rumorosa attraverso le siepi. Mio padre pronto risolse con grande spirito la situazione.
“Padre Santo, sono i figli del giardiniere, adesso ci penso io”.
Ci venne infatti dietro e ci raccomandò di fuggire con la sua ordinanza che molto preoccupato si era intanto avvicinato al famoso roccolo dove ci aveva lasciati. Fuggire non ce lo facemmo dire due volte. Non credo che abbiamo mai corso tanto in vita nostra. Da qui si vede che l’umorismo di mio padre e la battuta pronta non si arrestavano neanche dinanzi al soglio papale. (…)
E sì che con Leone XIII non c’era troppo da scherzare, ma mio padre era irresistibile con le sue battute.
“Conte, avete terre?”
“Padre Santo sì, un vaso di basilico e uno di matricaria per mia moglie che ogni tanto ha un nuovo bambino”
Quando però mio padre terminato il suo servizio di brigadiere generale si presentò al Papa per congedarsi ebbe la grande soddisfazione di sentire da Leone XIII queste precise parole di elogio:
“Mi dispiace assai che ve ne andiate perché con voi si parlava bene … mi facevate buona compagnia”.
E Leone non era facile alle lodi e poi era di assai difficile contentatura riguardo alle persone che lo attorniavano.
Mio padre è riuscito qualche volta ad avere aiuti di una certa entità da Leone XIII che li prelevava dalla sua cassetta privata che teneva nella sua camera: aiuti dati brevi manu a mio padre che era stato dal Papa invitato a seguirlo da solo negli appartamenti privati.

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Fine della prima parte
Ricordi di Carlo Calcagni. Parte II
Capitolo 2.1
Elvira si fa monaca. Il taglio dei capelli.
Reazione del padre

Villa Lante, Gianicolo, Roma. Ceduta ai Borghese nel 1817 fu venduta a Madeleine Sophie Barat, fondatrice della Congregazione del Sacro Cuore, che ne fece un noviziato per ragazze. Oggi ospita l'istituto Finlandese
Quando Elvira manifestò giovanissima a 16 anni il proposito di farsi religiosa del S. Cuore (era stata a scuola a Santa Rufina, un istituto di quelle Dame, ora soppresso, e che stava in via della Lungaretta, nei pressi di S. Maria in Trastevere dove allora abitavamo) mia madre sempre nel suo rigoroso piano religioso fu contenta malgrado venisse a perdere il grande aiuto che le arrecava Elvira con la sua attività e bravura (sapeva fare tutto).
Mio padre invece fu desolato addirittura e recisamente negò il consenso.
“Aspettasse almeno fino a 21 anni poi facesse il comodo suo”.
Poi non si sa come né perché, un giorno viene a casa e dice a Elvira:
“Se ancora sei decisa ad andare va pure …ti benedico”.
Era la festa dell’Immacolata. Ed Elvira entrò di fatto a Villa Lante come aspirante.
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Quando si andava a trovarla, ogni mese, mio padre non aveva mai potuto resistere per tutto il tempo della visita. A un certo punto si faceva rosso in viso, si alzava di scatto e se ne andava quasi senza salutare la figlia. Lo commuoveva il fatto in sé e per sé.
“Una bella ragazza come quella monaca?”
Quello che avvenne sempre a Villa Lante quando Elvira dopo il noviziato a Parigi fece la professione, col relativo taglio dei magnifici capelli castani, non si può dire. Tutti eravamo commossi ma mio padre era irriconoscibile e non so come abbia resistito a non dare in escandescenze. A un certo punto ricordo che fuggì dalla chiesa.
Per noi, per i suoi figli aveva del resto un affetto profondo, esclusivo, geloso. Per lui noi eravamo i più belli, i più buoni, i più intelligenti pur senza dircelo mai.
Quando mia madre, come qualche volta succede alle madri, vedeva per la strada un bel bambino diceva spontaneamente: “Guarda Nino che bel figlio, che bel bambino!” Egli rispondeva scontroso: “Guarda i figli tuoi che sono i più belli”.
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Capitolo 2.2
Nato mingherlino
Carlo diventa forte nuotatore
Io nacqui mingherlino assai, un vero raschietto, perché mia madre aveva durante la gravidanza subito due gravi dispiaceri: la morte del padre e la morte della sorella Giuditta sua gemella. Al battesimo si imposero i nomi di Carlo e va bene ma di Guido Ettore e Augusto chissà perché.
Nacqui dunque piccolissimo e perciò ho avuto il gran merito di non aver fatto quasi soffrire mia madre, venendo a questo mondo. Non solo sono nato meschinello ma ho avuto tutte le malattie possibili e immaginabili.
Mio padre disperato per questa salute estremamente cagionevole del suo primogenito maschio, il figlio per il quale aveva danzato e cantato, mi portò da tutti i medici e gli specialisti di Roma ottenendo però da tutti i responsi più lacrimevoli e decisivi.
“Ma del resto è tanto giovane, ne avrà presto un altro”.
Povero me, quali pronostici lugubri. Allora mio padre prese una decisione estrema. Abbandonò medici e medicine e mi curò a modo suo secondo il suo buon senso.
Aria, luce, sole, bistecche sanguinolente e vino rosso, bagni al Tevere, ginnastica molto ordinaria e rudimentale, corsa, passeggiate, movimento continuo. E mi salvò anzi mi fece venir su come poi fui e sono.
A quattro anni e mezzo sapevo nuotare e a otto anni ho attraversato il Tevere a nuoto solo senza aiuto (mio padre però era in barca sorvegliandomi). Sono arrivato all’altra riva con gli occhi di fuori, ma sono arrivato, con grande orgoglio di mio padre.
Egli buon notatore, ma non di fondo, di accademia si direbbe mi aveva insegnato a nuotare con metodo duro e spicciativo ed eccitandomi a progredire col dirmi:
Che somaro! Nuotano i cani e i gatti, le pecore e i maiali, i buoi, i cavalli e tu ancora non sai nuotare! Non ti vergogni!
Ed io mi vergognavo tanto che ci piangevo. Figurarsi che fu quando finalmente galleggiai e potei dare qualche bracciata o calciata senza bere e senza affogare! Ero come pazzo dalla gioia e non facevo che nuotare, come se mi pagassero un tanto a calcio.
Ho nuotato tanto infatti che sono diventato un nuotatore di grandissimo fondo: ossia viaggiavo addirittura a nuoto nel fiume, nel mare, nel lago di Albano, di Vico, di Bracciano e nel Trasimeno, nel lago di Bolsena, in quello di Como e nel lago Maggiore, per tratti considerevoli, sempre solo, senza sussidio di barca o di compagnia: così per provarmi e per utilizzare le mie capacità, per dare a me stesso la sensazione e la riprova che veramente l’acqua era il mezzo di locomozione più divertente, più acconcio e soprattutto più pulito, specie in estate.
La stagione dei bagni cominciava per noi il 1° maggio festa dei lavoratori e perciò vacanza a scuola e terminava a novembre inoltrato ai primi freddi quando proprio non si resisteva più a stare in acqua.
La questione del nuoto aveva grande importanza per mio padre (stultus neque scrivere neque natare scit come diceva Cicerone e come un po’ enfaticamente ridiceva mio padre).
Gigi il granatiere nuotava pure bene ed era fortissimo in acqua ma era soggetto a crampi.
Paolo invece era troppo nervoso per essere un buon nuotatore. Come Paolo mamma e le femmine di casa nostra non erano acquatiche, nel senso natatorio erano ferri da stiro, come diceva mio padre (cascano in acqua e blum, affondano).
Ma è assai bene spiegabile perché a quell’epoca [fine 1800, MoR] le donne non potevano bagnarsi che al mare e lì fare esercizi natatori vestite di tutto punto. E noi non si andava al mare, perché per ragioni economiche noi non ci muovevamo mai da Roma. Solo ogni tanto noi facevamo qualche gita un po’ lunga col carrettino a quattro o a due ruote che mio padre prendeva in affitto a giornata.
E allora per noi, Elvira e me, era una festa.
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Capitolo 2.3
Vincita al lotto
e passione bizzarra per i cavalli
Mio padre era stato in gioventù un buonissimo cavaliere e aveva trasmesso in me una gran passione per l’equitazione e per i cavalli in genere di cui io anche piccino conoscevo bene le razze, i mantelli, le abitudini, i pregi e i difetti che non mi peritavo di osservare e di far notare ai proprietari dei cavalli, con gran rammarico di mio padre e con grande scorno degli altri.
Prima che mio padre sposasse aveva avuto la gran fortuna di vincere al lotto una somma quasi favolosa per quei tempi, un 30.000 lire.
Che cosa fece? Mise su una scuderia di cavalli da sella e da tiro, non molti, ma tutti belli e di gran sangue e poi si divertiva a montarli e a farli montare agli amici e conoscenti. Orgoglioso andava al Pincio all’ora del passeggio a cavallo o in carrozza e godeva nel vedere assai ammirati i suoi quadrupedi.
Che cosa avvenne? In breve spazio di tempo cominciò a diminuire il numero dei cavalli e delle carrozze perché per sostenere le spese egli vendeva e liquidava naturalmente con grande remissione. Si ridusse finalmente con un solo cavallo da sella, poi con un cavallo senza sella, che montava così a pelo. Finalmente anche quello sparì e finì la scuderia.
Gli amici gli fecero notare che era stato stupido a non cominciare con un solo cavallo, che così avrebbe potuto durare per un pezzo. Ed egli pronto:
“Ma non avrei mai avuto una scuderia, non avrei mai potuto scegliere io e far scegliere agli altri, non avrei mai avuto per mio cliente ed ammiratore lord Boilfourt (un inglese conosciutissimo a Roma come amante e intenditore di cavalli)”.
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Quando fu guardia nobile andava nella scuderia del Corpo allora fornitissima e si sceglieva sempre il miglior cavallo, quello più bello o quello più vivo od irrequieto per poi farlo caracollare quando era in servizio dietro la carrozza del Papa, con grande spavento del popolino ignaro della perizia e furberia del cavaliere.
Naturalmente succedeva che il comandante del drappello (l’esente) ad evitare inconvenienti possibili sempre e commenti non sempre benevoli della folla dava ordine a mio padre di rompere i ranghi e allora mio padre tutto felice se ne andava per conto suo a passeggio al Pincio o in campagna a godersi la libertà con un magnifico cavallo che allora non caracollava più impaziente ma era docile e servizievole alle ginocchia e alla mano del cavaliere esperto.
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Capitolo 2.4
Nino perdonato da Pio IX
riceve poi una tiratina d’orecchie
Pio IX amava fare lunghe lunghissime passeggiate in campagna facendo marciare i cavalli della carrozza al gran trotto tanto che si dice ne abbia fatto schiattare parecchi.
Il drappello di scorta doveva così sobbarcarsi a buonissime trottate le quali piacevano moltissimo a mio padre ma non tanto a parecchie altre guardie che non avevano la sua passione per l’equitazione. Allora mediante piccoli compensi egli stesso sostituiva i malcapitati specie quando si prevedeva in programma qualche gita un po’ lunga.
Una volta il Papa decise di andare fino ad Anzio (vedi immagine sotto): e siccome la gita era lunga assai questa volta fu preordinato il cambio dei cavalli sia della carrozza papale sia dei cavalli del drappello di scorta, sia della guardie che dovevano sostituire i cavalieri che avevano già fatto la metà del cammino.
Allora mio padre questa volta con un compenso maggiore combinò che alla Cecchina [il punto 'B' sulla carta] dove era il cambio egli avrebbe preso il posto del Marchese Del Bufalo il quale non amava per niente di cavalcare anche perché si diceva avesse una fistola.
Si arriva alla Cecchina, si fa il cambio dei cavalli e mio padre adocchia un magnifico cavallo di razza Piacentini, un bel baio dorato, e l’inforca contentone.
Si parte subito ma dopo poche centinaia di metri inaspettatamente il corteo si ferma al comando del capo drappello.
“Che cosa è successo?” il Papa si informa.
“E’ il Conte Calcagni che ha rotto i ranghi”.
“Ma perché, che cosa ha mai fatto?”
“E’ entrato nel prato e si è messo per divertimento a saltare le staccionate mentre suo dovere stretto era quello di seguire il corteo. Dovrà passare agli arresti”.
Questa volta però mio padre non scontò la pena perché sul posto fu graziato dal Papa che sorrideva benevolo alla scappata del giovane ardimentoso.
Pio IX conosceva bene personalmente mio padre e lo trattava con grande familiarità e benevolenza.
Quando mio padre sposò presentò naturalmente la sposa in udienza particolare al Papa.
Figurarsi lo spavento e la preoccupazione di mia madre per una simile visita. Andò in nero e mio padre in uniforme.
Il Papa domandò a lei di che cosa si occupasse ma lei si sgomentò tanto che perse la parola ed il controllo di sé. E siccome mia madre non dava segno di aver capito o di poter comunque rispondere, mio padre pronto:
“Santo Padre, è maestra di pianoforte”.
Mia madre non ha mai toccato un pianoforte in vita sua.
“Ah! brava, brava”.
E intanto Pio IX con grande benevolenza e con un finissimo sorriso stava dando sul serio una tiratina d’orecchi a mio padre.
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Capitolo 2.5
Nino riceve delle
ramanzine dal principe Altieri
Altra passione di mio padre era di mettersi in alta uniforme (quella magnifica di scarlatto rosso con alamari d’oro, calzoni bianchi e stivali neri altissimi) e di andare a cavallo al Pincio all’ora del passeggio.
Una volta se l’era messa e con su il grande mantello bianco per una ragione molto seria.
Carlotta [sua nipote] era stata messa a balia in uno dei Castelli Romani, all’Ariccia credo, ma era malaticcia e si avevano di lei notizie bruttine.
Mio padre in uniforme monta a cavallo e va a trovare la nipote carissima e la trova abbandonata da quelli che la dovevano custodire, abbandonata in un porcile presso i maiali.
Afferra indignatissimo la bambina tra le grida della balia esterrefatta, se la pone sotto il mantello e torna a Roma a cavallo.
Va dalla sorella e consegnandole la figlia le dice:
“Eccoti Carlotta che ho trovato in mezzo ai porci. Vergogna, i figli si tengono con sé!”
L’affare di andare a cavallo così in uniforme nei pubblici passeggi o peggio ancora fuori di Roma era naturalmente vietato e così mio padre una volta rientrato era posto agli arresti in quartiere (al palazzo della Consulta in piazza del Quirinale).
Quando una guardia era stata messa agli arresti doveva, scontata la pena, presentarsi al Comandante del Corpo (allora era il principe Altieri) in soprabito nero e cilindro a ricevere diciamo così una ramanzina.

Piazza del Quirinale. Il palazzo del Quirinale a sinistra, Palazzo della Consulta di fronte. Il Quirinale è il più alto dei Sette Colli. Click for a panoramic view and for credits
Mio padre era una volta andato al palazzo Altieri [vedi immagine sotto] per ricevere una lavata di capo del Comandante.
Lo introdussero in un gran salone e gli dissero di attendere.
Aspetta, aspetta, il Comandate non veniva e allora mio padre vedendo un magnifico pianoforte, per ingannare l’attesa l’aprì e in sordina si mise a suonare prima un ballabile alla moda, poi crescendo di forza pezzi di opere molto conosciute.
Il principe Altieri che era intanto arrivato stava dietro la porta assai indeciso sul contegno da prendere in quel momento delicato.
Finalmente si fece coraggio ed entrò. Tableau! Mio padre in piedi sugli attenti e il principe con fare accigliato:
“Ma cosa fa con quel pianoforte”.
“Eh! Siccome aspettavo mi sono messo un po’ a suonare per divagarmi”.
“Ma lo sa perché viene qui? Certo non per cose gravi o disonorevoli, ma infine mi pare che già sia la terza o quarta volta che in dieci anni di servizio lei deve venire qui … a ricevere le mie rimostranze per la sua condotta”
“Beh! In fondo che cos’è, neanche due volte l’anno …”
“Vada via, vada via!”
Perché in definitiva il Principe comandante non voleva scoppiare a ridere proprio dinanzi al suo subalterno colpevole.
ψ
Forse a ricordo di questa scaramuccia e di questi contrasti tra lui e il Comandante, quando mio padre oramai già in pensione andava al circolo delle guardie (sempre al palazzo Altieri) a fare la sua capatina in primissima sera, non mancava di soffermarsi pensoso dinanzi ad un grande ritratto ad olio del principe Altieri (già morto da tempo) e di pronunziare tra contrariato e compunto sempre la solita frase guardando il riquadro ad olio:
“La guerra dei Trent’anni”.
Tanti quanti erano stati quelli del suo servizio nel corpo della guardia nobile.
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Capitolo 2.6
Carlo nottambulo rincasa tardi.
Scenette notturne
Un po’ perché avevamo la casa piccola, un po’ per avere maggior libertà, in famiglia nostra c’era il reparto uomini e il reparto donne. I maschi con mio padre, le femmine con mia madre.
Soltanto nel colmo della notte si poteva vedere mio padre (soffriva un po’ d’insonnia) che come un fantasma girava in tutti i reparti, apriva le finestre, lasciava entrare l’aria pura e novella e poi le richiudeva e questo immancabilmente tutte le notti, e non una volta sola, estate e inverno, ‘per cambiare l’aria’ diceva.
I reparti hanno durato integri fino a che non si è fatto un po’ di largo in casa nostra con l’andata via dei due maschi in servizio militare. Allora mio padre è rimasto in una camera sola, e mia madre sempre con le due figlie Agnese e Maria.
Io solo in un’altra camera, solo, perché mio padre andava a letto alle 9 di sera e io invece (ormai più grande e impiegato) ero nottambulo e rincasavo ad ore impossibili e perciò potevo disturbare il sonno leggerissimo di mio padre. Mia madre faceva tardissimo la sera perché quando tutti dormivano era libera di raccogliersi in orazioni ferventi, lunghe ed estenuanti.
Allora essa pregava assai per tutti noi, per il marito sofferente già parecchio, per la figlia suora, per noi maschi, per la figlia zittella, e poi, soprattutto, perché in orazione poteva bene attendere che io rincasassi e così poter riposare tranquilla. Ogni notte si poteva sentire questo interminabile duetto tra papà e mamma a due camere di distanza:
“Rachele, spegni il lume.”
“Carlo è venuto?”
“Non ancora.”
“Ma che fa?”
“Speriamo che la Madonna l’accompagni e lo scampi dai pericoli. Ma spegni il lume.”
“Ecco, ho ancora poco.”
Finalmente mia madre nel silenzio della notte sentiva una voce lontana che si avvicinava cantando. Ero io che mi esercitavo nella calma notturna, che cercavo il migliore imposto della voce, fraseggiando qualche aria di opera. Perciò quando entravo in casa trovavo l’oscurità completa e la calma più profonda, solo segno di vita le feste che mi faceva in silenzio Titino (il cane). Piano piano mi mettevo a tavola e senza far rumore mangiavo fredde le cose che mi aveva preparato mamma. La calma però era solo apparente perché mio padre non dormiva di certo e forse neanche mia madre.
Allora, leggerissima come un soffio, si sentiva la voce di mio padre che dava le notizie di casa, e commentava per me i fatti del giorno o mi criticava.
Ed io zitto, senza fiatare …
Già, lui (ero io) crede di essere intelligente, e di capire perché ha studiato (ero laureato in giurisprudenza) e invece è un frescone! Adesso si è messo a studiare il canto … ma se non ha voce!!
E poi allusioni garbatissime ai miei difetti, a mie manie, o modi di dire.
“Insomma, insomma” era il mio intercalare.
E poi pianissimo, a sbalzi, mi ridiceva brani di lettere che io avevo ricevuto, biglietti di invito, o cartoline della mia futura moglie che aveva letto perché egli, il padre, aveva diritto di sapere tutto, di leggere tutto, magari di aprire una lettera indirizzata a me.
Mi ricordo che per Natale Bice, la mia futura (quanto futura!) moglie, perché a quei tempi soltanto nostra, mia conoscente, mi mandò una cartolina graziosissima in cui un angeletto batteva ad una porta chiusa. Sotto ella avrebbe scritto:
“Purtroppo non so se io potrò essere come quell’angeletto …”
La sera puntuale mio padre nel silenzio della mia tardissima cena con una vocina piena d’intenzione cominciò a dire e a ripetere a più riprese:
“Purtroppo non so …”.
Già, purtroppo? Perché poi purtroppo … perché io ero veramente la preoccupazione di mio padre, il suo pensiero continuo. Egli parlava ora poco con me, perché io ero ormai grande, avevo studiato, mi credevo sufficiente e perché egli soprattutto aveva pudore di farmi vedere il suo interessamento. Anche io avevo un certo ritegno e pauriccia verso mio padre; in sostanza paventavo il suo spirito caustico, la sua potenza umoristica, che era tanto superiore alla mia. Ma mi diceva mia madre che ogni sera rincasando mio padre si informava minutamente di me e delle cose mie.
“Che dice Carlo? Che fa? Era allegro? Ma perché non prende moglie?”
In definitiva egli teneva molto a me ma non me lo voleva far vedere, non me lo voleva confessare, anzi non lo voleva neanche ammettere.
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Fine della parte II



























…..Salve, non sono riuscita a capire chi è l’autore di questo blog… Sono interessata mettermi in contatto con lui, essendo una delle bisnipoti di Carlo Calcagni…
Grazie infinite Manuela
Salve Manuela,
Le sto scrivendo una mail. Finalmente qualcuno si è fatto sentire. E’ un bel po’ che sto pubblicando queste memorie, nelle parti meno private, naturalmente.
Giovanni
I see you found family out there. Fascinating.
In fact it it fascinating, I am excited. I hope Manuela will bring up her memories as well. I think we might belong though to two different generations.
Buonasera sono una delle bisnipoti di Carlo Calcagni ed avrei piacere nel mettermi in contatto con l’autore di questo blog se fosse possibile.
Ringrazio per l’interessamento.
A presto
Lorena
Buonasera Lorena, e benvenuta qui, veramente.
E’ ancora un grande piacere sentire un’altra discendente di Carlo Calcagni!
Come ho detto a Manuela Calcagni e a Maura Calcagni, e ora dico a te, avendo incominciato a far apparire brani della autobiografia di Carlo fin dal giungo 2009, mi chiedevo: ma dove diavolo sono finiti?
Non Carlo che non li ebbe, ma Gigi Calcagni avrà avuto figli, pensavo, e poi c’erano altri con quel cognome, oppure senza, come me e te ma sempre discendenti.
Mia nonna era Agnese Calcagni la sorella mediana di Carlo (la più piccola era Maria, che ha sposato Villetti). Agnese era la ballerina che ballava sempre con Carlo i balli dei loro tempi, e che gli ha dato i primi nipoti, sette, tra cui mia madre Lucia la penultima
Cara Lorena, la e-mail per contattarmi (che trovi anche sulla colonna di destra), è:
manofroma@gmail.com
Ma tanto scrivo ora a te e a Maura Calcagni con la mia mail personale.
Sono molto contento. Un abbraccio anche se non ci siamo mai visti.
Giovanni