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Carlo Calcagni. Ricordi di gioventù, maturità e vecchiaia. Parte I, II e III

La chiesa di S. Bonosa in Trastevere dipinta da Roesler Franz nel 1880 circa

Prefazione

Nel giungo 2009 dopo una certa esitazione decisi di postare nel blog alcune pagine tradotte anche in inglese dei ‘Ricordi’ del Conte Carlo Calcagni, un romano vero nato quasi un secolo e mezzo fa, il fratello maggiore di mia nonna materna.

In questa pagina raccolgo tutti i brani originali finora postati e qui le versioni in inglese. Ogni brano forma un capitolo e contiene un link alla rispettiva versione inglese perché è lì che sono pervenuti i commenti dei lettori.

Questi ricordi sono stati letti solo da parenti e amici. Ora che quasi tutta questa gente non c’è più spero di non turbare la suscettibilità di alcuno se lascio che degli stralci di queste memorie vengano letti al di fuori di una cerchia ristretta.

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Nessuno, credo, fu più romano di Carlo, le cui doti di intelligenza, umorismo e bonarietà costituiscono tratto tipico della città di Roma ma anche son doti proprie a lui soltanto. I ricordi spaziano dalla prima metà dell’800, l’età del nonno, il conte Filippo Calcagni, fino al giorno di Ognissanti del 1947, data in cui Carlo cessò la stesura delle sue memorie.

Esse narrano di una Roma scomparsa e offrono un vivace spaccato dei quattro ambienti sociali che costituivano il popolo della città d’allora:

l’aristocrazia (a cui egli apparteneva, seppur sprovvisto di mezzi); il clero (dal ‘Papa re’ giù fino ai preti), il generone (gente d’affari e affittuari dei latifondi della nobiltà) e il popolino, quello descritto dal Belli, con cui egli era a diretto contatto. 

Era infatti nato e vissuto a Trastevere, a quel tempo il quartiere della poverissima gente (il quadro di Roesler Franz in cima alla pagina raffigura la chiesa di Santa Bonosa a Trastevere, demolita nel 1888 durante l’edificazione di Piazza Sonnino e dei muraglioni del Tevere).

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Le pagine di Carlo Calcagni sono scritte in un italiano vivo del tempo passato, reso ancor più vivace da qualche traccia di romanesco.

Per la traduzione in inglese ho fatto quello che ho potuto non essendo inglese madrelingua. Cercherò di migliorarla nel tempo.

Gli stralci dai Ricordi sono qui inseriti senza fine di lucro. Il copyright appartiene ai parenti dell’autore.


Ricordi di Carlo Calcagni. Parte I

Capitolo 1.1
Nascita, aspetto, salute.
Primi insegnamenti del padre

Sono nato a Roma il 12 agosto di un anno oltre il 1870, l’anno della breccia di Porta Pia, in una casa alle falde del Gianicolo, in via Garibaldi. Io non voglio dire precisamente l’anno di nascita per un resto di ragionevole pudore. Ma perché questo pudore che è una debolezza, una civetteria assai strana in un uomo? Non lo so ma non lo dico. Sono vecchio e basta.

Sono alto un metro e 75 centimetri e ½ (non ho potuto fare il granatiere come mio fratello Gigi alto m. 1,82), peso 84-86 kg. e perciò sono abbastanza ben messo: anche senza tanta pancia, un tipo forte insomma e muscoloso. Infatti sono stato fortissimo e ho praticato tutti gli sports quando di sports ancora non si parlava e perciò mi davano del matto. Devo forse a questi esercizi il mio portamento piuttosto eretto, franco e spigliato.

Ho occhi cerulei – che avevo un tempo quasi celesti – e capelli castano chiari: una cosa un po’ speciale per un italiano. Il naso perfettamente dritto e che non piega né a destra né a sinistra, cosa questa eccezionale mi dicono perché in generale il naso è leggermente deviato o in qua o in là.

Ora naturalmente, alla mia età, ho i capelli bianchi. Un tempo avevo la faccia piuttosto regolare e fine, con espressione aperta e calma, un tipo piuttosto esotico sia nei tratti sia nella carnagione: un tipo tra inglese e americano. Tanto che spesso ero scambiato per uno straniero di quelle parti.

Salute di ferro, capace di sopportare qualunque fatica e disagio, così all’improvviso e senza preparazione, capace di non mangiare, di non bere, se avevo da fare o ero occupato in qualche cosa che mi prendeva profondamente. Del resto ero figlio di mio padre che tra tanti aforismi (ne verranno tanti in seguito), uno ne aveva quasi di continuo ed era questo: bisogna mangiare, tanto per non cascare a faccia avanti.

E ci aveva sempre predicato e fatto anche vedere che il corpo deve essere abituato a servirci in tutto e per tutto, non ad essere il padrone. Nelle nostre abituali passeggiate a piedi, s’intende, «Papà ho fame», «Papà ho sete», si diceva spesso da noi.

«Che vergogna, e che sei una bestia? Se hai fame mettiti un sassetto in bocca. Se hai sete prendi tra le labbra un filo di fieno o di paglia».

«Papà sono stanco». E lui si metteva allora di passo ginnastico a correre per spingere noi a seguitarlo e a non rimanere tanto indietro. E a quei tempi si era ben piccoli: un 9 – 10 anni.

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Capitolo 1.2
Morte improvvisa del nonno.
Il padre cresce da sé

Chiesa di Santa Maria di Plestia, Serravalle del Chienti

La mia dunque era una famiglia molto numerosa: 6 figli grandi e grossi che avevano bisogno di tante cose per crescere, per essere nutriti, vestiti, calzati, educati e istruiti. E invece se come nascita, parentela, condizione mio padre era certamente al di sopra della media, assai superiore, come risorse finanziarie era veramente sprovvisto di tutto che non fosse lo strettissimo quasi troppo stretto necessario. Perché? Come? Non lo so bene perché, non me lo hanno mai detto, mio padre cercava di sorvolare su questo tema.

Guardia nobile vaticana

Anticamente la famiglia aveva possedimenti di terre in quel di Velletri, dove esiste nelle vicinanze della città un colle che si appella tuttora Colle Calcagni e un palazzo a Roma presso la piazza Nicosia, il rispettabile e bell’isolato che è ora il palazzo Cardelli. Mio nonno, il conte Filippo Calcagni, ingegnere, era stato guardia Nobile di S.S [vedi a sinistra un'immagine di guardia nobile]. A un certo punto diede le dimissioni dal Corpo e intraprese la carriera libera e diventò tra l’altro ingegnere dei SS. Palazzi.

Quando Gregorio XVI fece il viaggio per le province del suo Stato, l’ingegnere di Palazzo fu incaricato di ispezionare le strade che il Papa avrebbe dovuto percorrere. Per la lunga discesa che da Serravalle del Chienti va giù fino a Tolentino mio nonno ebbe un incidente di vettura, mortale.

Il cavallo si diede alla fuga per la discesa. Erano in due sulla vettura, uno rimase fermo attaccato alla carrozza inchiodato dallo spavento: mio nonno invece per salvarsi saltò giù a terra, ma batté il capo e rimase tramortito. Non morì sul colpo. Dopo qualche giorno una settimana forse morì tra le braccia della moglie corsa al suo capezzale ma senza aver ripreso conoscenza. E’ sepolto nella chiesa di Serravalle; una grossa lapide a mezzo della parete sinistra entrando rievoca in stile enfatico il triste caso. Mia nonna, contessa Carlotta Negroni, aveva allora soli 23 anni, aveva soltanto papà di 3 anni ed era incinta di mia zia Maria.

Mio padre dunque non ha avuto educazione dal padre ed è vissuto tra la madre vedova inconsolabile e la sorella Maria per la quale aveva una vera adorazione, un feticismo bene spiegabile. Beni di fortuna nulla, o pochini avuti dai parenti ricchi, pure pochini assai credo, e certa e sicura invece una condizione assai grama: quella disagiata e penosa dei parenti poveri.

Naturalmente – e si spiega bene – tutte le cure e gli aiuti morali e materiali dei parenti ricchi erano per la femmina, zia Maria, molto giovane e molto bella; il maschio Nino, mio padre, avrebbe fatto da sé.

E infatti fece da sé: a 19 anni appena finiti e non completati gli studi al famoso Collegio Romano, studi di grammatica, rettorica, filosofia e umanità, fece domanda per entrare nel Corpo della Guardia Nobile di S. Santità. La sua domanda fu accettata.

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Capitolo 1.3
Dubbi sulla
eredità familiare

Case medievali a Santa Cecilia in Trastevere. Roesler Franz (1880 circa)

Non ho mai saputo come fossero andate queste cose perché mio padre rifuggiva dal parlarne e diceva che tutto ciò non aveva importanza tanto a questo mondo bisogna lavorare per vivere e non fondarsi sul fatto degli altri o su speranze effimere.

Ci diceva:

“La nascita non ha importanza, quello che importa è il lavoro e l’onestà. Guardate nostro Signore, ha lavorato, ha sudato facendo il falegname nella bottega di Nazaret e poi a parte, piano, da sé: però era della stirpe di David”.

Il fatto importante e che mi ha sempre dato il sospetto di qualche irregolarità, di qualche sopruso o indelicatezza da parte dei parenti nella divisione o nell’assegnazione effettiva dei beni ereditari dei Calcagni è questa: mio padre, che era adorato dai parenti per le sue doti di carattere e di festosità, e che era ricercato assai da loro, non si era mai prodigato in affetto per loro.

Andava lui, ci portava qualche volta a trovare i parenti ricchi, stava un dieci minuti festeggiatissimo e festeggiante assai ma poi di colpo se ne andava quasi senza salutare e se ne riparlava poi dopo parecchi mesi. Certamente ci doveva essere un contrasto latente e sordo, forse di interessi, che è il più potente a disunire, ad amareggiare, a dare cordoglio.

C’era di fatto un abisso incolmabile tra il modo di fare e di giudicare di mio padre e quello di tutti i parenti paterni che io ho conosciuto.

Villa Mondragone nei pressi di Frascati. Ai tempi di Carlo Calcagni era un famoso collegio dei Gesuiti per giovani aristocratici. Wikipedia image

Per esempio, quando ad una certa età si ventilò tra parenti l’eventualità di un buon collegio per l’educazione di noi maschietti del parentado presso a poco della stessa età, ci fu una specie di congresso di famiglia. Dissero a mio padre che si pensava di mandare tre o quattro ragazzetti a Mondragone, il celebre collegio dei Gesuiti presso Frascati (vedi immagine sopra), e fecero intendere a mio padre che se avesse voluto mandare il suo (io) insieme con gli altri, per le spese si sarebbero messi insieme tutti per dare una spinta, un aiuto.

Mio padre rispose:
«Grazie del pensiero ma mio figlio me lo educo da me».
«Bravo!!! Lo educherai per le rive del fiume…»
E mio padre:
«Sì, per le rive del fiume ma con me … Del resto vedremo chi riuscirà meglio».

Non sta a me giudicare, non posso qui fare il processo ad altre persone che sono in parte morte, in parte sbandate abbastanza male per il mondo; ma certo la mia educazione non ha presentato e non presenta sostanziali deficienze di fronte a quella data ed ottenuta nei collegi anche migliori. Anzi …

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Capitolo 1.4
Povertà, Trastevere
e il funerale del padre

Piazza S. Cosimato in Trastevere, Roma, in una foto recente. Click for credits

Mio padre ogni giorno andava fino a casa della sorella che abitava col marito e con l’unica figlia Carlotta in via Panisperna (casa propria), come diceva mio padre con una nota intraducibile, e mio padre abitava invece a piazza S. Cosimato in Trastevere (noi siamo tutti trasteverini) il quartiere dei poveri poiché allora non esisteva né il quartiere S. Lorenzo né il Trionfale.

Altra particolarità della nostra famiglia era una specie di isolamento contegnoso e dignitoso in cui vivevamo. A casa nostra non veniva mai nessuno; meno casi eccezionali veramente come una malattia, un bisogno urgente, noi eravamo sempre soli, sempre noi, esclusivamente noi. Mio padre con frase enfatica chiamava la casa sempre il penetrale domestico, la casa era una specie di sancta sanctorum dove non c’era accesso per gli estranei, per nessuno.

Una strada dell’odierna Trastevere

Credo che oltre un senso quasi di gelosia e di pudore sentimentale ci fosse anche il sentimento e la consapevolezza della nostra miseria. Avevamo una casa più che modesta, con pochissimi mobili, con i soli letti per dormire, una tavola per mangiare sulla quale poi noi si studiava, e pochi utensili per cucinare e nessun fronzolo, nessuna civetteria, una casa di poveri, pulita ma spoglia, assolutamente. E lì ci sentivamo padroni e arbitri. Di che poi? Ma arbitri di vivere così con la nostra miseria neanche dorata o larvata, con la consapevolezza della nostra unione, del nostro affetto, in un ambiente di assoluta intimità.

Neanche gli altri inquilini venivano mai da noi. Per comune consenso, patto tacito accettato da tutti, la casa del Conte era rispettata e guardata come sacra e inviolabile. Tutti ci salutavano, erano gentili e affabili, ma non si accostavano, non c’era unione con noi, somiglianza di rapporti o di abitudini.

Eppure fatto strano: quando morì mio padre alle 4 e mezza di notte (mercoledì 22 settembre 1909) dopo un secondo la casa nostra si riempì di gente che quasi non conoscevamo, di tutti gli inquilini del palazzo. I quali si misero in quattro per confortarci, per darci aiuto con le prestazioni più umili e più gradite in quei momenti di angoscia. Chi portava caffè, chi acqua calda, chi un uovo, chi un frutto, insomma uno spettacolo consolante e commovente insieme, svolgentesi così, inaspettatamente, nel colmo della notte.

E sì che noi ci eravamo ben guardati dal fare qualsiasi manifestazione di cordoglio eclatante o da richiedere qualsiasi aiuto o soccorso.

Ai funerali di mio padre c’erano molti, anzi tutti gli amici suoi che erano tornati a bella posta a Roma dalle villeggiature, tutti i parenti di padre e di madre, ed è naturale, ma c’era tutto il Trastevere. Da Piazza S. Cosimato a S. Francesco a Ripa il tratto non è breve, eppure il feretro seguito dai figli maschi, io in nero (con un abito comprato bello e fatto da Pola e Todescan), Gigi e Paolo in uniforme di soldati, è passato tra due ali fitte di popolo, popolino, muto e rispettoso. Tutte le botteghe e i negozi erano chiusi quasi per lutto nazionale, anzi proprio per questo. Uno spettacolo che certo io e le due che sopravviviamo non possiamo davvero dimenticare, l’omaggio spontaneo e devoto ad una personalità, a un tipo, a una figura che scompariva e che forse nessuno altro poteva sostituire.

S. Francesco a Ripa, in Trastevere, dove il funerale ebbe luogo. Cliccare per i credits

Non ho inteso quei bisbigli indistinti, quelle curiosità, quelle domande, quei commenti che si fanno nei grandi funerali. Ma chi è? Chi è morto? Tutti lo sapevano e non avevano la necessità di informarsi o di commentare. Era morto il Conte.

In Chiesa [vedi sopra], Messa cantata a tre con buonissima musica: la salma a terra more nobilium, l’ultimo riconoscimento della nascita e della condizione, certo un po’ tardivo.

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Capitolo 1.5
Elvira, la decana,
fa rigar dritto qualcuno

La Chiesa S. Trinità dei Monti e Villa Medici. François Marius Granet (1808). Wikipedia

Le prime nate di casa sono state due femmine, la prima Agnese [che morirà giovanissima, MoR] e poi Elvira. Agnese dicono che sia stata una vera bellezza: capelli biondi occhi neri. La vestivano come figlia prima molto bene e mio padre appena fu possibile la portava a passeggio al Gianicolo, al Pincio o in altri giardini di Roma. Ne era fierissimo e gradiva assai i commenti entusiastici di altre persone, balie, bambinaie e madri. Egli che è andato vestito sempre assai dimesso diceva:

“E’ una bella bambina … sfido! È figlia di un principe russo!”
“Ma come va che vi chiama papà?”
“Ah sì, per vezzo, perché io sono il maggiordomo vecchio di casa e mi vuol tanto bene”

Quando nacqui io, il terzo, mio padre giubilò tanto di avere finalmente il maschio che si mise a ballare, cantando da sé la musica di una mazurka.

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Elvira la grande, la decana, come statura in donna ricorda mio padre, è più seria e riguardosa ma ha la stessa decisione di mio padre, anch’essa ha lo scatto pronto, la battuta facile, ma meno bizzarra e festosa di quella di mio padre. Essa è monaca nel più profondo e vero senso, una monaca popolare. Non è affatto scrupolosa e nel suo discorso fa spesso capolino il fare franco, spigliato e alquanto libero della trasteverina autentica e tradizionale.

Trinità dei Monti vista oggi dalla gradinata di Piazza di Spagna

Una volta a Roma a Trinità di Monti [vedi entrambe le foto] era stata direttrice delle scuole delle povere. Aveva saputo che i vetturini di piazza a Trinità di Monti all’uscita delle bambine davano loro molto fastidio con parole e con gesti. Elvira allora non curando il divieto della clausura mise fine allo sconcio. Uscì dalla porta insieme con le ragazze di scuola e quando queste si furono allontanate apostrofò i bottari in malo modo parlando in perfetto trasteverino.

Sensazione tra quegli uomini che sentivano non una monaca ma una che parlava proprio la loro lingua e molto a proposito. Lo sconcio finì e nessuno si azzardò più a dar fastidio alle ragazze.

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Sempre a Trinità di Monti [la chiesa sopra è vista dalla gradinata di Piazza di Spagna, MoR] e sempre come direttrice della scuola, Elvira ne fece un’altra delle sue. Io passando per via della Panetteria per caso intesi questo discorso tra madre e figlia, due popolane:

“Oggi la minestra l’hai mangiata?”
“Sì”
“E come mai che oggi sì e ieri no?”
“Perché la madre Calcagni l’ha fatta fare buona”

Io incuriosito lo chiesi a mia sorella e allora ella fu costretta a raccontarmi il fatto. Il fatto era questo. Ella si era accorta che da qualche giorno nessuna delle alunne mangiava più la minestra. La volle assaggiare e la dovette sputare: era immangiabile e non sapeva che di acqua sporca. Corre dalla cuciniera e fa la domanda:

“Ma mi dica, come fa lei la minestra?”
“Eh! Prendo una marmitta di acqua ben calda, ci metto dentro il sale e poi dei pezzi di pane duro”
“E niente altro?”
“No”
“Perché? Ma così si fa la bobba per i cani non la minestra per i cristiani!”
“Ma si tratta di poveri, devono contentarsi”
“Senta, lei deve fare la minestra e non deve discutere se è per i poveri o per i ricchi. Ci metta un po’ di odori e ci metta un po’ di grasso e vedrà allora che la minestra sarà mangiata da tutte le ragazze”.

Lo sconcio della minestra finì ma le azioni diciamo così di Elvira come monaca subordinata e rispettosa delle convenienze decaddero assai.

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Capitolo 1.6
Due ‘ragazzacci’
incontrano papa Leone XIII

Un angolo dei giardini vaticani oggi

Il più celebre avvenimento della fanciullezza mia e di Elvira è senza dubbio il nostro incontro o meglio scontro con Leone XIII [Papa dal 1878 al 1903, MoR].

Mia sorella Elvira entusiasmata dai miei racconti del Vaticano, delle logge di Raffaello dove io sempre passavo per andare ai giardini, di papà che in uniforme seguiva a cavallo la carrozza del Papa, tutte cose che io conoscevo bene perché spessissimo quando mio padre era in servizio io lo seguivo in Vaticano e poi quando c’era la passeggiata in giardino stavo nascosto insieme con l’ordinanza di mio padre, tra la siepe e i boschetti per vedere i vari passaggi del trono papale, mia sorella, dico, volle una volta seguirmi per vedere anche lei queste meraviglie. Dopo molto pregare, mio padre che non ci sapeva negare nulla portò una volta anche lei.

Quando il Papa scese in giardino per la passeggiata, l’ordinanza, una volta partito il Papa in carrozza, ci portò per strade diverse e recondite dei giardini fino al celebre roccolo – ossia terreno stabilito per la caccia alle reti, il paretaio, da dove a nostro agio e bene celati dalla verdura, avremmo potuto vedere il Papa che usava andare in quei pressi nella sua cara vigna che aveva fatto piantare quasi a ridosso del roccolo [vedi immagine sotto]. Questo paretaio per chi non lo sapesse era una superficie circolare molto ampia, cintata da alberi e da siepi di bossi all’esterno e all’interno verso lo spiazzo libero da un’altissima e una fitta siepe. C’era dunque una specie di corridoio circolare di dove si poteva bene assistere senza essere visti a quel che succedeva fuori e dentro al paretaio.

Roccolo. 1. Edificio basso che funge da entrata. 7. Corridoio circolare

L’ingresso di questo paretaio era costituito da una piccola costruzione molto bassa cosicché una volta entrato nel corridoio e girato un poco o a destra o a sinistra non si vedeva più l’ingresso. L’ordinanza ci condusse dunque là e ci raccomandò di non fare rumore quando il papa si fosse accostato all’esterno del corridoio e ci lasciò soli.

Figurarsi l’emozione di Elvira e mia quando effettivamente vedemmo che il Papa veniva verso la nostra volta soffermandosi ad ogni pianta, guardando e toccando i grappoli bellissimi di uva e conversando con mio padre. Il gruppo seguito da alcuni dignitari ecclesiastici o persone del seguito, tutti nei loro caratteristici costumi, si veniva accostando sempre più a noi sicché potevamo goderci uno spettacolo inusitato per noi e sconosciuto al resto della cristianità. Il Papa, per così dire, in privato.

Però il Papa si avviava anche verso l’entrata del roccolo e noi, anche piccoli, capimmo che la nostra posizione diventava incerta e pericolosa assai e istintivamente con grande cautela seguendo il corridoio circolare ci allontanammo dall’ingresso. Terrore! Dalle voci e dal rumore dei passi ci accorgemmo che il Papa con tutto il seguito era proprio entrato nel piccolo atrio per visitare il roccolo, luogo un po’ abbandonato invero e che non era stato mai meta dei suoi passi.

Che cosa fare? Quale parte prendere per sfuggire ad un incontro che poteva essere anche inevitabile e fatale dato che non potevamo più vedere l’atrio che dall’ingresso immetteva nel corridoio circolare? Addirittura pazzi di terrore ci prendiamo per la mano e poi così, alla cieca, senza più attendere, ci slanciammo verso l’uscita. Fatalità! Il Papa aveva proprio preso la direzione verso di noi e noi andiamo quasi a sbattere contro i suoi piedi, confusi, esterrefatti e trafelati. Leone XIII die’ uno scatto indietro all’improvvisa irruzione, tutto il corteo si fermò turbato e scandalizzato specie quando Leone XIII disse con voce assai corrucciata:

“Ma chi sono questi ragazzacci?”

Noi già eravamo lontani in fuga precipitosa e rumorosa attraverso le siepi. Mio padre pronto risolse con grande spirito la situazione.

“Padre Santo, sono i figli del giardiniere, adesso ci penso io”.

Ci venne infatti dietro e ci raccomandò di fuggire con la sua ordinanza che molto preoccupato si era intanto avvicinato al famoso roccolo dove ci aveva lasciati. Fuggire non ce lo facemmo dire due volte. Non credo che abbiamo mai corso tanto in vita nostra. Da qui si vede che l’umorismo di mio padre e la battuta pronta non si arrestavano neanche dinanzi al soglio papale. (…)

E sì che con Leone XIII non c’era troppo da scherzare, ma mio padre era irresistibile con le sue battute.

“Conte, avete terre?”
“Padre Santo sì, un vaso di basilico e uno di matricaria per mia moglie che ogni tanto ha un nuovo bambino”

Leone XIII nato a Carpineto Romano, vicino a Roma (Papa dal 1878 to 1903), successe a Papa Pio IX

Quando però mio padre terminato il suo servizio di brigadiere generale si presentò al Papa per congedarsi ebbe la grande soddisfazione di sentire da Leone XIII queste precise parole di elogio:

“Mi dispiace assai che ve ne andiate perché con voi si parlava bene … mi facevate buona compagnia”.

E Leone non era facile alle lodi e poi era di assai difficile contentatura riguardo alle persone che lo attorniavano.

Mio padre è riuscito qualche volta ad avere aiuti di una certa entità da Leone XIII che li prelevava dalla sua cassetta privata che teneva nella sua camera: aiuti dati brevi manu a mio padre che era stato dal Papa invitato a seguirlo da solo negli appartamenti privati.

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Fine della prima parte

Ricordi di Carlo Calcagni. Parte II

Capitolo 2.1
Elvira si fa monaca. Il taglio dei capelli.
Reazione del padre

Villa Lante, Gianicolo, Roma. Ceduta ai Borghese nel 1817 fu venduta a Madeleine Sophie Barat, fondatrice della Congregazione del Sacro Cuore, che ne fece un noviziato per ragazze. Oggi ospita l’istituto Finlandese

Quando Elvira manifestò giovanissima a 16 anni il proposito di farsi religiosa del S. Cuore (era stata a scuola a Santa Rufina, un istituto di quelle Dame, ora soppresso, e che stava in via della Lungaretta, nei pressi di S. Maria in Trastevere dove allora abitavamo) mia madre sempre nel suo rigoroso piano religioso fu contenta malgrado venisse a perdere il grande aiuto che le arrecava Elvira con la sua attività e bravura (sapeva fare tutto).

Mio padre invece fu desolato addirittura e recisamente negò il consenso.

“Aspettasse almeno fino a 21 anni poi facesse il comodo suo”.

Poi non si sa come né perché, un giorno viene a casa e dice a Elvira:

“Se ancora sei decisa ad andare va pure …ti benedico”.

Era la festa dell’Immacolata. Ed Elvira entrò di fatto a Villa Lante come aspirante.

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Quando si andava a trovarla, ogni mese, mio padre non aveva mai potuto resistere per tutto il tempo della visita. A un certo punto si faceva rosso in viso, si alzava di scatto e se ne andava quasi senza salutare la figlia. Lo commuoveva il fatto in sé e per sé.

“Una bella ragazza come quella monaca?”

Quello che avvenne sempre a Villa Lante quando Elvira dopo il noviziato a Parigi fece la professione, col relativo taglio dei magnifici capelli castani, non si può dire. Tutti eravamo commossi ma mio padre era irriconoscibile e non so come abbia resistito a non dare in escandescenze. A un certo punto ricordo che fuggì dalla chiesa.

Per noi, per i suoi figli aveva del resto un affetto profondo, esclusivo, geloso. Per lui noi eravamo i più belli, i più buoni, i più intelligenti pur senza dircelo mai.

Quando mia madre, come qualche volta succede alle madri, vedeva per la strada un bel bambino diceva spontaneamente: “Guarda Nino che bel figlio, che bel bambino!” Egli rispondeva scontroso: “Guarda i figli tuoi che sono i più belli”.

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Capitolo 2.2
Nato mingherlino
Carlo diventa forte nuotatore

Il Tevere, Castel Sant’Angelo e la cupola di S. Pietro nel 1890. Foto Alinari

Io nacqui mingherlino assai, un vero raschietto, perché mia madre aveva durante la gravidanza subito due gravi dispiaceri: la morte del padre e la morte della sorella Giuditta sua gemella. Al battesimo si imposero i nomi di Carlo e va bene ma di Guido Ettore e Augusto chissà perché.

Nacqui dunque piccolissimo e perciò ho avuto il gran merito di non aver fatto quasi soffrire mia madre, venendo a questo mondo. Non solo sono nato meschinello ma ho avuto tutte le malattie possibili e immaginabili.

Mio padre disperato per questa salute estremamente cagionevole del suo primogenito maschio, il figlio per il quale aveva danzato e cantato, mi portò da tutti i medici e gli specialisti di Roma ottenendo però da tutti i responsi più lacrimevoli e decisivi.

“Ma del resto è tanto giovane, ne avrà presto un altro”.

Povero me, quali pronostici lugubri. Allora mio padre prese una decisione estrema. Abbandonò medici e medicine e mi curò a modo suo secondo il suo buon senso.

Aria, luce, sole, bistecche sanguinolente e vino rosso, bagni al Tevere, ginnastica molto ordinaria e rudimentale, corsa, passeggiate, movimento continuo. E mi salvò anzi mi fece venir su come poi fui e sono.

Il Tevere e la Ripa Grande nel 1890. Foto Alinari

A quattro anni e mezzo sapevo nuotare e a otto anni ho attraversato il Tevere a nuoto solo senza aiuto (mio padre però era in barca sorvegliandomi). Sono arrivato all’altra riva con gli occhi di fuori, ma sono arrivato, con grande orgoglio di mio padre.

Egli buon notatore, ma non di fondo, di accademia si direbbe mi aveva insegnato a nuotare con metodo duro e spicciativo ed eccitandomi a progredire col dirmi:

Che somaro! Nuotano i cani e i gatti, le pecore e i maiali, i buoi, i cavalli e tu ancora non sai nuotare! Non ti vergogni!

Ed io mi vergognavo tanto che ci piangevo. Figurarsi che fu quando finalmente galleggiai e potei dare qualche bracciata o calciata senza bere e senza affogare! Ero come pazzo dalla gioia e non facevo che nuotare, come se mi pagassero un tanto a calcio.

Ho nuotato tanto infatti che sono diventato un nuotatore di grandissimo fondo: ossia viaggiavo addirittura a nuoto nel fiume, nel mare, nel lago di Albano, di Vico, di Bracciano e nel Trasimeno, nel lago di Bolsena, in quello di Como e nel lago Maggiore, per tratti considerevoli, sempre solo, senza sussidio di barca o di compagnia: così per provarmi e per utilizzare le mie capacità, per dare a me stesso la sensazione e la riprova che veramente l’acqua era il mezzo di locomozione più divertente, più acconcio e soprattutto più pulito, specie in estate.

La stagione dei bagni cominciava per noi il 1° maggio festa dei lavoratori e perciò vacanza a scuola e terminava a novembre inoltrato ai primi freddi quando proprio non si resisteva più a stare in acqua.

La questione del nuoto aveva grande importanza per mio padre (stultus neque scrivere neque natare scit come diceva Cicerone e come un po’ enfaticamente ridiceva mio padre).

Gigi il granatiere nuotava pure bene ed era fortissimo in acqua ma era soggetto a crampi.

Scena romana di fronte all’antico tempio di Ercole. Alinari 1890

Paolo invece era troppo nervoso per essere un buon nuotatore. Come Paolo mamma e le femmine di casa nostra non erano acquatiche, nel senso natatorio erano ferri da stiro, come diceva mio padre (cascano in acqua e blum, affondano).

Ma è assai bene spiegabile perché a quell’epoca [fine 1800, MoR] le donne non potevano bagnarsi che al mare e lì fare esercizi natatori vestite di tutto punto. E noi non si andava al mare, perché per ragioni economiche noi non ci muovevamo mai da Roma. Solo ogni tanto noi facevamo qualche gita un po’ lunga col carrettino a quattro o a due ruote che mio padre prendeva in affitto a giornata.

E allora per noi, Elvira e me, era una festa.

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Capitolo 2.3
Vincita al lotto
e passione bizzarra per i cavalli

Il Pincio a Roma visto da Piazza del Popolo. Click for credits

Mio padre era stato in gioventù un buonissimo cavaliere e aveva trasmesso in me una gran passione per l’equitazione e per i cavalli in genere di cui io anche piccino conoscevo bene le razze, i mantelli, le abitudini, i pregi e i difetti che non mi peritavo di osservare e di far notare ai proprietari dei cavalli, con gran rammarico di mio padre e con grande scorno degli altri.

Prima che mio padre sposasse aveva avuto la gran fortuna di vincere al lotto una somma quasi favolosa per quei tempi, un 30.000 lire.

Che cosa fece? Mise su una scuderia di cavalli da sella e da tiro, non molti, ma tutti belli e di gran sangue e poi si divertiva a montarli e a farli montare agli amici e conoscenti. Orgoglioso andava al Pincio all’ora del passeggio a cavallo o in carrozza e godeva nel vedere assai ammirati i suoi quadrupedi.

Che cosa avvenne? In breve spazio di tempo cominciò a diminuire il numero dei cavalli e delle carrozze perché per sostenere le spese egli vendeva e liquidava naturalmente con grande remissione. Si ridusse finalmente con un solo cavallo da sella, poi con un cavallo senza sella, che montava così a pelo. Finalmente anche quello sparì e finì la scuderia.

Gli amici gli fecero notare che era stato stupido a non cominciare con un solo cavallo, che così avrebbe potuto durare per un pezzo. Ed egli pronto:

“Ma non avrei mai avuto una scuderia, non avrei mai potuto scegliere io e far scegliere agli altri, non avrei mai avuto per mio cliente ed ammiratore lord Boilfourt (un inglese conosciutissimo a Roma come amante e intenditore di cavalli)”.

ψ

Quando fu guardia nobile andava nella scuderia del Corpo allora fornitissima e si sceglieva sempre il miglior cavallo, quello più bello o quello più vivo od irrequieto per poi farlo caracollare quando era in servizio dietro la carrozza del Papa, con grande spavento del popolino ignaro della perizia e furberia del cavaliere.

Naturalmente succedeva che il comandante del drappello (l’esente) ad evitare inconvenienti possibili sempre e commenti non sempre benevoli della folla dava ordine a mio padre di rompere i ranghi e allora mio padre tutto felice se ne andava per conto suo a passeggio al Pincio o in campagna a godersi la libertà con un magnifico cavallo che allora non caracollava più impaziente ma era docile e servizievole alle ginocchia e alla mano del cavaliere esperto.

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Capitolo 2.4
Nino perdonato da Pio IX
riceve poi una tiratina d’orecchie

Pio IX (papa dal 1846 al 1878), a cui successe Leone XIII (1878 – 1903) già menzionato da Carlo Calcagni in Parte I, 6

Pio IX amava fare lunghe lunghissime passeggiate in campagna facendo marciare i cavalli della carrozza al gran trotto tanto che si dice ne abbia fatto schiattare parecchi.

Il drappello di scorta doveva così sobbarcarsi a buonissime trottate le quali piacevano moltissimo a mio padre ma non tanto a parecchie altre guardie che non avevano la sua passione per l’equitazione. Allora mediante piccoli compensi egli stesso sostituiva i malcapitati specie quando si prevedeva in programma qualche gita un po’ lunga.

Una volta il Papa decise di andare fino ad Anzio (vedi immagine sotto): e siccome la gita era lunga assai questa volta fu preordinato il cambio dei cavalli sia della carrozza papale sia dei cavalli del drappello di scorta, sia della guardie che dovevano sostituire i cavalieri che avevano già fatto la metà del cammino.

Percorso da Roma (A) a Anzio (C) passando per Cecchina (B) su Google maps

Allora mio padre questa volta con un compenso maggiore combinò che alla Cecchina [il punto 'B' sulla carta] dove era il cambio egli avrebbe preso il posto del Marchese Del Bufalo il quale non amava per niente di cavalcare anche perché si diceva avesse una fistola.

Si arriva alla Cecchina, si fa il cambio dei cavalli e mio padre adocchia un magnifico cavallo di razza Piacentini, un bel baio dorato, e l’inforca contentone.

Si parte subito ma dopo poche centinaia di metri inaspettatamente il corteo si ferma al comando del capo drappello.

“Che cosa è successo?” il Papa si informa.
“E’ il Conte Calcagni che ha rotto i ranghi”.
“Ma perché, che cosa ha mai fatto?”
“E’ entrato nel prato e si è messo per divertimento a saltare le staccionate mentre suo dovere stretto era quello di seguire il corteo. Dovrà passare agli arresti”.

Questa volta però mio padre non scontò la pena perché sul posto fu graziato dal Papa che sorrideva benevolo alla scappata del giovane ardimentoso.

Pio IX conosceva bene personalmente mio padre e lo trattava con grande familiarità e benevolenza.

Pio IX mentre parla alle guardie nobili

Quando mio padre sposò presentò naturalmente la sposa in udienza particolare al Papa.

Figurarsi lo spavento e la preoccupazione di mia madre per una simile visita. Andò in nero e mio padre in uniforme.

Il Papa domandò a lei di che cosa si occupasse ma lei si sgomentò tanto che perse la parola ed il controllo di sé. E siccome mia madre non dava segno di aver capito o di poter comunque rispondere, mio padre pronto:

“Santo Padre, è maestra di pianoforte”.

Mia madre non ha mai toccato un pianoforte in vita sua.

“Ah! brava, brava”.

E intanto Pio IX con grande benevolenza e con un finissimo sorriso stava dando sul serio una tiratina d’orecchi a mio padre.

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Capitolo 2.5
Nino riceve delle
ramanzine dal principe Altieri

Guardia nobile del Vaticano in alta uniforme. Wikipedia

Altra passione di mio padre era di mettersi in alta uniforme (quella magnifica di scarlatto rosso con alamari d’oro, calzoni bianchi e stivali neri altissimi) e di andare a cavallo al Pincio all’ora del passeggio.

Una volta se l’era messa e con su il grande mantello bianco per una ragione molto seria.

Carlotta [sua nipote] era stata messa a balia in uno dei Castelli Romani, all’Ariccia credo, ma era malaticcia e si avevano di lei notizie bruttine.

Mio padre in uniforme monta a cavallo e va a trovare la nipote carissima e la trova abbandonata da quelli che la dovevano custodire, abbandonata in un porcile presso i maiali.

Afferra indignatissimo la bambina tra le grida della balia esterrefatta, se la pone sotto il mantello e torna a Roma a cavallo.

Va dalla sorella e consegnandole la figlia le dice:

“Eccoti Carlotta che ho trovato in mezzo ai porci. Vergogna, i figli si tengono con sé!”

Ariccia oggi, ai Castelli Romani. Click for credits and to enlarge

L’affare di andare a cavallo così in uniforme nei pubblici passeggi o peggio ancora fuori di Roma era naturalmente vietato e così mio padre una volta rientrato era posto agli arresti in quartiere (al palazzo della Consulta in piazza del Quirinale).

Quando una guardia era stata messa agli arresti doveva, scontata la pena, presentarsi al Comandante del Corpo (allora era il principe Altieri) in soprabito nero e cilindro a ricevere diciamo così una ramanzina.

Piazza del Quirinale. Il palazzo del Quirinale a sinistra, Palazzo della Consulta di fronte. Il Quirinale è il più alto dei Sette Colli. Click for a panoramic view and for credits

Mio padre era una volta andato al palazzo Altieri [vedi immagine sotto] per ricevere una lavata di capo del Comandante.

Lo introdussero in un gran salone e gli dissero di attendere.

Aspetta, aspetta, il Comandate non veniva e allora mio padre vedendo un magnifico pianoforte, per ingannare l’attesa l’aprì e in sordina si mise a suonare prima un ballabile alla moda, poi crescendo di forza pezzi di opere molto conosciute.

Palazzo Altieri nel XVIII secolo. Roma

Il principe Altieri che era intanto arrivato stava dietro la porta assai indeciso sul contegno da prendere in quel momento delicato.

Finalmente si fece coraggio ed entrò. Tableau! Mio padre in piedi sugli attenti e il principe con fare accigliato:

“Ma cosa fa con quel pianoforte”.

“Eh! Siccome aspettavo mi sono messo un po’ a suonare per divagarmi”.

“Ma lo sa perché viene qui? Certo non per cose gravi o disonorevoli, ma infine mi pare che già sia la terza o quarta volta che in dieci anni di servizio lei deve venire qui … a ricevere le mie rimostranze per la sua condotta”

“Beh! In fondo che cos’è, neanche due volte l’anno …”

“Vada via, vada via!”

Perché in definitiva il Principe comandante non voleva scoppiare a ridere proprio dinanzi al suo subalterno colpevole.

ψ

Forse a ricordo di questa scaramuccia e di questi contrasti tra lui e il Comandante, quando mio padre oramai già in pensione andava al circolo delle guardie (sempre al palazzo Altieri) a fare la sua capatina in primissima sera, non mancava di soffermarsi pensoso dinanzi ad un grande ritratto ad olio del principe Altieri (già morto da tempo) e di pronunziare tra contrariato e compunto sempre la solita frase guardando il riquadro ad olio:

“La guerra dei Trent’anni”.

Tanti quanti erano stati quelli del suo servizio nel corpo della guardia nobile.

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Capitolo 2.6
Carlo nottambulo rincasa tardi.
Scenette notturne

Un vicolo di notte, oggi, nel centro storico di Roma. Click for attribution

Un po’ perché avevamo la casa piccola, un po’ per avere maggior libertà, in famiglia nostra c’era il reparto uomini e il reparto donne. I maschi con mio padre, le femmine con mia madre.

Soltanto nel colmo della notte si poteva vedere mio padre (soffriva un po’ d’insonnia) che come un fantasma girava in tutti i reparti, apriva le finestre, lasciava entrare l’aria pura e novella e poi le richiudeva e questo immancabilmente tutte le notti, e non una volta sola, estate e inverno, ‘per cambiare l’aria’ diceva.

I reparti hanno durato integri fino a che non si è fatto un po’ di largo in casa nostra con l’andata via dei due maschi in servizio militare. Allora mio padre è rimasto in una camera sola, e mia madre sempre con le due figlie Agnese e Maria.

Io solo in un’altra camera, solo, perché mio padre andava a letto alle 9 di sera e io invece (ormai più grande e impiegato) ero nottambulo e rincasavo ad ore impossibili e perciò potevo disturbare il sonno leggerissimo di mio padre. Mia madre faceva tardissimo la sera perché quando tutti dormivano era libera di raccogliersi in orazioni ferventi, lunghe ed estenuanti.

Allora essa pregava assai per tutti noi, per il marito sofferente già parecchio, per la figlia suora, per noi maschi, per la figlia zittella, e poi, soprattutto, perché in orazione poteva bene attendere che io rincasassi e così poter riposare tranquilla. Ogni notte si poteva sentire questo interminabile duetto tra papà e mamma a due camere di distanza:

“Rachele, spegni il lume.”
“Carlo è venuto?”
“Non ancora.”
“Ma che fa?”
“Speriamo che la Madonna l’accompagni e lo scampi dai pericoli. Ma spegni il lume.”
“Ecco, ho ancora poco.”

Finalmente mia madre nel silenzio della notte sentiva una voce lontana che si avvicinava cantando. Ero io che mi esercitavo nella calma notturna, che cercavo il migliore imposto della voce, fraseggiando qualche aria di opera. Perciò quando entravo in casa trovavo l’oscurità completa e la calma più profonda, solo segno di vita le feste che mi faceva in silenzio Titino (il cane). Piano piano mi mettevo a tavola e senza far rumore mangiavo fredde le cose che mi aveva preparato mamma. La calma però era solo apparente perché mio padre non dormiva di certo e forse neanche mia madre.

Una lampada nella Roma notturna

Allora, leggerissima come un soffio, si sentiva la voce di mio padre che dava le notizie di casa, e commentava per me i fatti del giorno o mi criticava.

Ed io zitto, senza fiatare …

Già, lui (ero io) crede di essere intelligente, e di capire perché ha studiato (ero laureato in giurisprudenza) e invece è un frescone! Adesso si è messo a studiare il canto … ma se non ha voce!!

E poi allusioni garbatissime ai miei difetti, a mie manie, o modi di dire.

“Insomma, insomma” era il mio intercalare.

E poi pianissimo, a sbalzi, mi ridiceva brani di lettere che io avevo ricevuto, biglietti di invito, o cartoline della mia futura moglie che aveva letto perché egli, il padre, aveva diritto di sapere tutto, di leggere tutto, magari di aprire una lettera indirizzata a me.

Mi ricordo che per Natale Bice, la mia futura (quanto futura!) moglie, perché a quei tempi soltanto nostra, mia conoscente, mi mandò una cartolina graziosissima in cui un angeletto batteva ad una porta chiusa. Sotto ella avrebbe scritto:

“Purtroppo non so se io potrò essere come quell’angeletto …”

La sera puntuale mio padre nel silenzio della mia tardissima cena con una vocina piena d’intenzione cominciò a dire e a ripetere a più riprese:

“Purtroppo non so …”.

Già, purtroppo? Perché poi purtroppo … perché io ero veramente la preoccupazione di mio padre, il suo pensiero continuo. Egli parlava ora poco con me, perché io ero ormai grande, avevo studiato, mi credevo sufficiente e perché egli soprattutto aveva pudore di farmi vedere il suo interessamento. Anche io avevo un certo ritegno e pauriccia verso mio padre; in sostanza paventavo il suo spirito caustico, la sua potenza umoristica, che era tanto superiore alla mia. Ma mi diceva mia madre che ogni sera rincasando mio padre si informava minutamente di me e delle cose mie.

“Che dice Carlo? Che fa? Era allegro? Ma perché non prende moglie?”

In definitiva egli teneva molto a me ma non me lo voleva far vedere, non me lo voleva confessare, anzi non lo voleva neanche ammettere.

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Fine della parte II

Ricordi di Carlo Calcagni. Parte III

Capitolo 3.1
Luigi (detto Gigi)
Calcagni e il cane Toto

Luigi Calcagni, secondo figlio maschio dopo Carlo, nel 1909

Preambolo

Carlo Calcagni non ebbe figli, ma solo suo fratello Gigi ne ha avuti per esempio ben nove, 6 femmine e 3 maschi, per cui mi chiedevo: possibile che non ci sia nessun discendente che trovi queste memorie sul blog?

Alla fine infatti sono spuntate Lorena Baroncini, Manuela e Maura Calcagni che mi hanno contattato. Una bellissima sorpresa!

Sono discendenti di Luigi, o Gigi, Calcagni, uno dei fratelli minori di Carlo Calcagni, per cui ho pensato di dedicare un post a Gigi così come viene descritto nelle memorie di Carlo Calcagni (è venuto fuori anche Christian Floquet, discendente dei Negroni e dei Calcagni, persona simpaticissima di cui parlerò in un altro post).

Gigi era il più alto, 1.82, che per quei tempi – inizi 900 – era parecchio, per cui fece il granatiere.

Era andato “volontario – scrive Carlo – per anticipazione di leva a 17 anni e faceva la carriera dalla gavetta perché non aveva titoli di studio avendo abbandonato le scuole proprio per farsi militare”.

Gigi era quello che accompagnava il padre Nino nelle passeggiate:

“Quando mio padre cercava compagnia per le sue lunghe passeggiate in campagna – scrive Carlo – il maggiore entusiasta era mio fratello Luigi, giovanissimo allora, ma già grande o meglio già lungo assai. Egli seguiva mio padre come un cane per ore e ore, poi tornava stanco e affamato da non si dire”.

Sposò una certa Margherita.

 “Margherita pure per altezza supera la media femminile … e i figli sono venuti tutti colossali. Bella famiglia di cui le grandi sono come Valchirie, e il maschio primo un gran bel giovane … tutti grandi e grossi sono costati a Gigi un patrimonio per dargli da mangiare, per calzarli e per vestirli. Risorse pochine: sicché lavoro per lui grandissimo ed estenuante.”

Era fortissimo e compagno di nuotate nel Tevere.

“E combatté con il cane Toto nella Grande Guerra nel II Granatieri, corpo che si è distinto in varie battaglie.”

Per poter procedere bisogna questo punto parlare di Toto, il cane di casa Calcagni. D’ora in poi lascio la parola a Carlo Calcagni.

The emblem of the Trastevere rione

Toto e Gigi, commilitoni

Toto, il gran Toto, l’impagabile Toto … il nostro cane, anzi per essere precisi il mio cane … un fox di purissima razza, tutto bianco e con la testa macchiata … un cane che si voltava la gente a guardarlo, un cane che il marchese Calabrini, scudiero del re, venne a cercare fino a casa mia per averlo e per portarlo al canile del re: me lo avrebbe pagato qualunque prezzo.

Dalla finestra di casa, mia sorella Maria, l’amica più cara di Toto, gridò indignatissima e risentita:

“Toto non si vende, che vogliamo rifare la storia di Giuseppe venduto dai fratelli?”

Calabrini, lo ricordo come adesso, se ne andò via tra ammirato e stupito, confuso e assai perplesso.

Mio fratello Luigi proseguiva nella sua carriera di sottufficiale dei granatieri, veniva ogni giorno a casa e poi risaliva al suo quartiere a S. Croce in Gerusalemme.

Egli aveva già fatto una guerra, quella di Libia da cui era tornato sano e salvo nonostante si fosse trovato a battute calde assai come per esempio a Sidi Said e Bir Tobras.

Ponte Sisto come è oggi. Cliccare per la foto originale

Entrando a casa di ritorno dalla guerra guardò con compiacenza la casetta nostra, quella di Ponte Sisto [vedi sopra], e disse con intenzione “Ah, abbiamo il gas” (grande novità per la casa nostra dove c’era stato sempre il petrolio e poco petrolio). E poi seduto a tavola dinanzi a una buona bistecca (di cavallo, ma lui non lo sapeva) si mise a mangiare di buona lena. Ad un certo momento nel tagliare la carne questa sfuggì alla presa della forchetta: allora lui riprendendola destramente, col suo vocione fece il verso del carrettiere che cerca di fermare il cavallo: “Leh …”.

Un poema! Egli aveva subito intuito come e perché a casa nostra ci potesse essere tanto lusso di carne. Un po’ l’umorismo di mio padre ma più serio, più contenuto e soprattutto assai meno frequente.

Toto parte volontario

Poi venne la Grande Guerra con la partenza di mio fratello Luigi come maresciallo di carriera insieme con Toto volontario.

Questo volontariato di Toto andò così. Gigi mi disse un giorno:

“Mi dai Toto che lo porto in guerra con me? Mi sarà di compagnia e porterò con me un pezzo di casa e di voi”.

Noi si era perplessi e tra il sì e il no si arrivò al giorno della partenza effettiva dalla stazione Tuscolana.

Noi tutti, mamma, Maria ecc. e Toto si andò a fare i saluti di rito. Era una lunga tradotta militare interminabile piena di granatieri, tutto il II reggimento. Gigi andava su e giù lungo il treno per vedere se tutto era in ordine per comunicare e fare eseguire ordini e disposizioni. E Toto senza che noi si richiamasse o che fosse richiamato da Gigi faceva la spola da lui a noi agitatissimo.

Quando fu proprio il momento della partenza e il treno quasi si era mosso, Toto di scatto salta nel vagone dove era Gigi e immediatamente si affaccia al finestrino per salutarci.

Toto era partito come volontario di guerra.

Un Fox Terrier. Immagine della Wikipedia

Si è portato bene assai ed ha accompagnato sempre Gigi in tutte le spedizioni anche in quelle assai arrischiate … Gigi se lo portava sotto il cappotto a cavallo del mulo e Toto allora non fiatava: sapeva benissimo fare il cane militare … naturalmente tutte queste prodezze avevano guadagnato a Toto le simpatie di tutti i granatieri …

Quando Gigi venne una volta in licenza arrivò nel colmo della notte. Sentimmo il fischio di famiglia e balzammo tutti dal letto per aprirgli il portone di strada e la porta di casa. Toto era con lui e lì feste e abbracci ai due commilitoni. Poi naturalmente si andò a letto e Toto tutto trionfante riprese il suo posto sul letto ai miei piedi come per abitudine inveterata. Buona notte, buon riposo, si spengono i lumi.

Ad un certo momento Gigi, avendo bisogno di un pezzo di sigaro per la pipa, spensieratamente entrò in camera mia. Toto immediatamente gli diede addosso perché in quel momento non fungeva più da commilitone ma da guardiano del suo padrone più vero e maggiore. Mi ricordo che Gigi disse a Toto i più amari insulti che cane abbia mai ricevuto dal padrone.

ψ

A guerra finita Gigi tornò a casa, si congedò, prese la giubilazione e passò in servizio civile presso il Ministero delle Finanze. Poi passò al Banco Roma e poi ottenne un posto presso il governatorato della città del Vaticano.

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Capitolo 3.2
Malattia e un pensiero,
in gran segreto

Dalla sommità della Basilica di S. Pietro

Vista dalla sommità della Basilica di S. Pietro. Cliccare per i credits

Mia madre aveva assistito e curato il marito dai 50 anni in poi, un catarro cronico alla vescica e soffriva di ritenzione di urina che gli procurava anche ascessi al perineo.

Egli, che aveva il discredito per i medici e per le medicine, non si curava mai, e solo quando non ne poteva più, e che doveva per forza urinare pena lo scoppio della vescica, andava in un pronto soccorso all’ospedale e lì si faceva di urgenza siringare o tagliare, secondo i casi: e poi con le ferite aperte era capace di tornarsene a casa a piedi.

“La natura deve fare da sé quando si è ovviato al pericolo imminente della morte”.

Ricordo di aver passato in rassegna tutti gli ospedali di Roma per condurre mio padre ai vari pronti soccorsi. Si tratteneva qualche ora e poi sbraitava per essere dimesso.

[…] Se mio padre si fosse avuto qualche riguardo certamente avrebbe potuto compiere 100 anni perché a 70 anni, quando è morto, aveva ancora le arterie di un giovanotto. E non aveva altri incomodi che quella ritenzione di urina […] che era la sua continua preoccupazione, il suo pensiero fisso, tanto che quando […] sentiva dire “il tale sta tanto male” diceva:

“Ma può mingere?”
“Sì”
“Allora non è niente”.

Mamma qualche volte stava male sempre per quel beato fegato ma lui non se ne preoccupava perché mamma non aveva incomodi alla vescica. “Non è niente” diceva mio padre “sono cose che passano, l’essenziale è potere orinare, così, naturalmente, bellamente”.

San Francesco a Ripa, Trastevere

La Chiesa di San Francesco a Ripa, a Trastevere, dove ebbe luogo il funerale

Un pensiero, in gran segreto

Quando io da impiegato un po’ alto in grado ebbi una maggior larghezza di mezzi ebbi in idea di prendere in affitto un pianoforte per far svagare mio padre che era appassionatissimo di musica.

Mio padre ebbe sentore della cosa e si oppose dicendo:

“Dite a Carlo che non prenda il pianoforte altrimenti io ci p…. dentro”.

Io rimasi assai perplesso per questa eventualità strana assai: ma poi volli tentare e presi gli opportuni accordi col negoziante, feci arrivare in grande segretezza il piano a casa e lo chiusi in una camera. Venne mio padre e al solito alle 9 andò a letto senza aver visto il piano.

La sera arrivo io e dico a mia madre:

“Come è andata?”
“Bene, finora non si è accorto di nulla”.

Verso le 5 del mattino però ci destiamo ai discreti, discretissimi accordi del piano. Ci alziamo tutti sorpresi e in camicia ci accostiamo alla camera del pianoforte e vediamo mio padre che anch’esso in camicia stava beato sonicchiando il piano.

Non ci aveva p…. la mia battaglia era vinta, con grande delizia del pover’uomo che aveva in sostanza gradito assai il mio pensiero e la mia audacia.

ψ

Mio padre è morto a seguito di una febbre di assorbimento che si trascinava da qualche giorno: ma la catastrofe fu dovuta ad un fatto polmonitico, come di solito avviene. Lo assistevo io quella notte e mi accorsi della fine imminente dal fatto che egli quasi in coma non richiedesse più la sua Rachele, ma la madre … mamma mia, mamma mia […]

Si è spento tranquillamente, assistito dai conforti religiosi e con la speciale benedizione del Santo Padre. Si era confessato qualche giorno prima.

ψ

Il Giornale d’Italia di giovedì 23 settembre 1909 recava in cronaca questo necrologio:

“La morte del Conte Calcagni brigadiere generale della Guardia Nobile del Papa.

Stamane (mercoledì 22 ore 4.20 antimeridiane) si è spento a Roma una delle più rispettate e caratteristiche figure del patriziato cattolico romano: il Conte Giovanni Calcagni brigadiere a riposo della guardia nobile di sua Santità.

Il conte Calcagni era una simpatica figura di gentiluomo romano dell’antico stampo: benché settantenne egli conservava ancora un fisico eccezionalmente vigoroso che lo portava naturalmente a non curare gli assalti del male che ora lo ha condotto alla tomba. Lo stato di lui si è in pochi giorni rapidamente aggravato finché si è disperato di salvarlo. Egli si è spento munito dei conforti religiosi e della speciale benedizione che il Pontefice volle inviargli.

Nonostante che il conte Calcagni si fosse da più anni ritirato dalla vita attiva che egli conduceva a causa delle sue funzioni presso la Corte Pontificia tuttavia la sua scomparsa sarà sentita con vivo rammarico da tutti coloro che poterono apprezzare la dirittura del suo carattere e l’originalità del suo spirito. Una messa funebre di Requiem in onore dell’estinto sarà celebrata nella Chiesa parrocchiale di S. Francesco a Ripa alle 10. Le nostre vive condoglianze alla famiglia desolata”.

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Capitolo 3.3
Lo scontro di Agnese
con le Blue Sisters

Basilica di Santo Stefano Rotondo, Roma. Cliccare per i credits e per ingrandire

Per le sorelle, nonostante fossero molto belline, non volava una penna [una, Elvira, era già suora, MoR].

Passi per Maria che era giovanissima ma Agnese [mia nonna, MoR] aveva già passata l’età canonica e nessuno si presentava e la cosa poteva un po’ preoccupare.

Ella che non era una sciocca stava pensando di organizzare la sua vita non sulla base di un matrimonio di là da venire ma su di un lavoro che la potesse interessare ed occupare insieme in modo degno. E si fece infermiera a S. Stefano Rotondo dalle Blue Sisters [vedi foto sopra].

Era molto brava, attenta e intelligente assai tanto che il Prof. Margarucci ne era entusiasta ed i malati pure; non altrettanto le suore inglesi per quel suo carattere molto franco e indipendente.

Dopo parecchi piccoli screzi ci fu quello definitivo e risolutivo.

Una goccia di Cognac

Santo Stefano Rotondo. External view

S. Stefano Rotondo visto dall’esterno. Cliccare per i credits e per ingrandire

Una notte essa era di guardia e aveva un malato gravissimo che era tra l’altro di nostra conoscenza, il quale ad un certo punto chiese da bere un cordiale, un qualcosa, perché si sentiva proprio mancare.

Usanza della casa era che la dispensiera alla sera chiudesse tutto e nessuno potesse prendere più nulla. Mia sorella va di corsa alla dispensa e trova la suora dispensiera che da buona inglese stava prendendo il suo tè con tutta calma. Le chiede una goccia di cognac per il suo malato ma la suora non le risponde neppure, forte della sua consegna.

Allora Agnese con fare autoritario le chiede le chiavi e dopo parecchie ripulse riesce ad ottenerle, prende quel che doveva prendere e torna dal suo ammalato.

Apriti cielo. La suora stende il verbale e la mattina mia sorella è chiamata in direzione al redde rationem.

“In spregio ai regolamenti … si era permessa di insistere, anzi di costringere la suora dispensiera ad aprire la credenza …”

Mia sorella a questo punto non resiste più. Si toglie il velo e la cuffia e con tutta calma li depone sul tavolo avanti al prof. Margarucci dicendo:

“Noi non possiamo andare d’accordo con i sistemi di queste suore inglesi. Se un malato affidato a me nella notte ha bisogno di qualche aiuto io apro le credenze, magari sfascio tutto, ma cerco il modo di giovare a chi sta soffrendo e forse morendo”.

Margarucci tentò di mettere riparo alla cosa ma, pur ringraziandolo assai, mia sorella fu inamovibile:

“Tanto se non è questa volta sarà certamente un’altra, è questione di mentalità”

E così finì questo primo tentativo di occupazione e d’impiego.

La Contessa Campello e Beppe Tamanti

Montalcino, Siena. Beppe Tamanti era montalcinese. Cliccare per i credits e per ingrandire

Ne sorse subito un altro sempre nella stessa sfera di attività. La Contessa Guglielmina Campello, dama di corte della regina Elena, cercava una signorina brava, buona, di civile condizione che si potesse occupare della direzione di un nuovo ambulatorio che la regina stava istituendo per bambini predisposti alla tubercolosi. La Contessa si rivolse ad Agnese, la qualche andò e tornò da lei parecchie volte per trattare, vedere, prima di decidersi.

In queste more avvenne il fatto straordinario del suo fidanzamento con Beppe Tamanti. Beppe Tamanti era uno del Chorus Misticus [una sorta di club o associazione di giovani, MoR] ma non veniva mai a casa nostra e conosceva Agnese per averla vista qualche volta di sfuggita. Di Agnese nei nostri discorsi non era stata mai questione.

Una mattina si presenta Beppe da me in ufficio al lungotevere Sanzio …

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Capitolo 3.4
Improvvisa sterzata
nella vita di Agnese

A building in piazza Trilussa, Lungotevere Sanzio, Rome

Piazza Trilussa sul Lungotevere Sanzio. Clicca per i credits

Una mattina si presenta Beppe da me in ufficio al lungotevere Sanzio. Io lo accolgo molto cordialmente e fraternamente come al solito perché dovete sapere che Beppe aveva un fascino speciale con la sua faccia aperta e serena, con i suoi occhi furbetti ma buoni, col suo fare candido come quello di un fanciullo tanto che lo chiamavamo, tra noi del gruppo, il puro folle, come Parsifal.

Gli dico:

“Come mai tu a Roma?”
“Già, sono a Roma”.
“Ma per che fare?”
“Eh già, ho da fare qualche cosa. Via, si esce”.
“Ma io non posso ora, subito”

Si trattiene lì con me e finalmente usciamo insieme ed egli parlandomi prima di un sacco di cose che non avevano attinenza con la sua gita a Roma, a bruciapelo mi fa:

“Mamma come sta? E i fratelli e le sorelle?”
“Bene, tutti bene, grazie”.
“E Agnese che fa?”
“Ma, credo che sia andata dalla Contessa Guglielmina Campello per un affare di ambulatorio”.
“Già, perché io la vorrei per moglie”.

Camminando, camminando, ogni tanto fermandosi come era sua abitudine invincibile ed immobilizzandoti come sapeva fare solo lui ci avviamo verso piazza Colonna e poi per il Tritone parlando di Agnese e del proposito che egli aveva manifestato.

A metà via ci scontriamo proprio con Agnese che tornava giù verso casa […].

Beppe mi fa:

“Si ferma la signorina Agnese?”
“Eh sì, fermiamola” dico io sulle spine perché ero nell’impossibilità di preavvertire mia sorella.

Via del Tritone 1890

Via del Tritone nel 1890 (in epoca appena precedente ai fatti narrati). Cliccare per i credits

Allora Beppe, con una faccia che io rivedo ancora, abbastanza impacciato comincia:

“Signorina, lei è libera?”
“Come sarebbe libera?”
“Già, libera”
“Almeno per adesso, sì”.
“Perché io sono venuto a Roma a chiedere la sua mano … e non parto da Roma se non ho una risposta definitiva, qualunque sia”.

Tutto questo in piena via del Tritone, nell’ora della massima calca, verso il tocco.

Agnese tutta turbata mi fa:

“Ma tu lo sapevi?”
“No, io l’ho saputo un’ora fa. Ho cercato di prendere tempo per vedere prima te, ma Beppe non ha lasciato la presa e mi si è attaccato come un francobollo”.

Allora in tre, mogi mogi, senza poterci scambiare alcuna impressione, torniamo verso casa. Finalmente come Dio volle Beppe ci lascia ma dice che tornerà la sera per la risposta.

Così, senza preavviso, senza preparazione, la nostra famiglia e soprattutto Agnese si trovò lanciata in pieno nell’argomento nuovo e stranissimo e quasi vieto per noi: il matrimonio.

Per mia sorella Agnese io non potevo sperare un partito migliore sotto ogni aspetto: buona condizione sociale, buona condizione economica, ma soprattutto intelligenza, onestà a tutta prova, spirito veramente superiore, bontà d’angelo.

Ma la parte affettiva come andava? Agnese e Beppe non si conoscevano e non poteva sorgere tra loro l’amore così come un colpo di fulmine.

View of Montalcino, Siena, Tuscany

Veduta di Montalcino, Siena, Toscana. Cliccare per i credits

Io ero assai perplesso ma credo più perplessa assai Agnese la quale non faceva che dire:

“Perché al marito si deve voler bene, è l’unica cosa che conta”.

“Va bene – dicevo io – ma l’amore può venire e verrà quando avrete avuto modo di parlarvi, di trattarvi, di conoscervi”.

“Insomma, insomma, che mi consigli tu?”

“Io? Ma io non ti posso consigliare in cosa di tal momento, anzi, non ti voglio consigliare. Solo ti posso dire che Beppe ha tutte le buone qualità che si possono desiderare in un uomo in grado eccelso, ma ha due difetti anche questi in grado eccelso: è lungo e noioso; poi ha una particolarità che sta, diremo così, a cavallo tra vizi e buone qualità: è cocciuto”.

“Ma questo non è tutto!”

“Lo so che non è tutto ma è già molto e poi è quello che onestamente ti posso dire certo di non sbagliare. Se decidi pel sì avrai un uomo sicuro, chiaro, sereno che ti amerà sempre: se tu potrai amarlo, sempre che tu non abbia per lui una repulsione …

ψ

Non ci fu luogo a tergiversare con Beppe. La sera tornò e si fidanzò con Agnese tra la contentezza un po’ stupita di mamma e la contentezza più tranquilla e serena mia che conoscevo qual tesoro di uomo – è proprio la parola – fosse capitato ad Agnese. […]

Il matrimonio seguì alla distanza di poche settimane ed Agnese partì per Montalcino [vedi l'immagine sopra].

Ed è stata felice con Beppe e con una bella corona di 7 figliuoli, 4 maschi e 3 femmine.

Post in inglese con i commenti

Capitolo 3.5
Precettore presso il
Principe Boncompagni Ludovisi

Palazzo Ludovisi Margherita, a Roma, oggi sede della ambasciata USA

L’austera Villa Margherita a Roma, oggi sede dell’ambasciata USA. Fu costruita, assieme a via Veneto e al rione Ludovisi, sulla proprietà Boncompagni-Ludovisi. Un area di 200.000 metri quadri su 247.000 venne infatti venduta dalla famiglia. Su di essa si trovava la splendida villa Ludovisi, lodata da Goethe e Schiller, oggi scomparsa. Wikimedia

In un periodo della mia vita io ho fatto anche il precettore durante i primi due anni di università.

Sissignore, il precettore. Per mantenermi agli studi io davo già ripetizioni ma […] mi fu proposto dal vice prefetto dell’Apollinare e da don Francesco Faberi il posto di precettore vero e proprio presso il principe Ugo Boncompagni Ludovisi per il figliuolo Francesco, quello che fu poi governatore di Roma.

Si trattava di questo.

La mattina dovevo rilevarlo al termine della scuola dall’Apollinare e condurlo, facendo un bel lungo giro, fino alla casa a via Porta Pinciana. Poi dovevo riprenderlo da casa e ricondurlo a scuola, poi lo dovevo prelevare ancora e ricondurlo dopo aver fatto una passeggiata e intrattenermi per farlo studiare, per preparare compiti e lezioni fino verso le 9 di sera.

[…] In sostanza ero un precettore che non mangiavo né dormivo nella casa […]. Accettai perché il corrispettivo per quei tempi era notevole, 100 lire al mese.

Hotel Excelsior in Via Veneto

Hotel Excelsior a Via Veneto, Roma, costruito sulla proprietà Boncompagni-Ludovisi come descritto nella precedente didascalia. Click for credit and to enlarge

Don Ugo Boncompagni

Don Ugo Boncompagni per chi non lo sapesse era un uomo che aveva ingegno e spirito, che aveva una certa originalità e che nella vita aveva avuto parecchie esperienze dall’aver avuto due mogli e figliuoli in quantità ad essersi fatto prete, dall’essere stato quasi regnante nel Principato di Piombino all’essersi mangiato una ventina di milioni per la erezione del quartiere Ludovisi [dove si trovano via Veneto e il palazzo Margherita, vedi immagini sopra e sotto, ndr]

In sostanza era gran signore, simpatico, cordiale anche ma un po’ come dire altiero e quasi geloso della sua personalità.

Parlando con me dell’educazione che desiderava per il figlio suo unico maschio aveva le migliori idee e le conclamava altamente: non dovevo badare che D. Francesco fosse un nobile, dovevo invece curare che fosse buono, studioso, modesto ed educato quasi come il figliuolo di qualunque altra brava persona.

Ora io approvando incondizionatamente tali principi di sana democrazia avevo l’ingenuità di crederli veri e sentiti in D. Ugo mentre egli invece in fondo in fondo non ci credeva e non li voleva attuati di fatto nel figlio suo.

Di qui leggere incomprensioni tra lui e me, qualche piccola discussione sul carattere che il giovane D. Francesco manifestava in qualche occasione, puntiglioso e altezzoso insieme, non con me perché non era il caso davvero ma cogli altri, coi compagni e specie con gli altri coetanei di grandi famiglie aristocratiche.

Via Veneto by night

Via Vittorio Veneto di notte, Roma. Wikimedia. Click to zoom in

Gli studi di Don Francesco

Per gli studi benché lo avessi preso assai fiacco in italiano – in casa parlava francese col padre e tedesco con la governante delle sorelle – andava bene assai. Era sveglio d’intelligenza e se non troppo studioso come applicazione desideroso assai di fare buona figura. Onde io sfruttando questa sua debolezza potevo da lui ottenere quello che volevo.

Al termine dell’anno scolastico era riuscito ad essere il primo della scuola anche in italiano e ad ottenere il passaggio alla classe superiore senza esame. Un vero trionfo per lui e per me con infinite congratulazioni del padre.

Ottenuto questo risultato io nel mio intendimento avrei fatto riposare il ragazzo nelle vacanze e lo avrei fatto muovere, scavallare a suo talento anche perché era un po’ magrolino e poco sviluppato e aveva bisogno di una vita fisica più intensa e sana. Invece il padre assolutamente volle che il ragazzo ogni giorno si applicasse allo studio un paio d’ore la mattina e due ore nel pomeriggio o qualcosa di simile e perciò io andai in villeggiatura con la famiglia Boncompagni in un paesino del Casentino alla Consuma, nei pressi di Vallombrosa.

Vacanze estive alla Consuma, in Toscana

Sito incantevole perché quasi al culmine della strada che da Pontassieve traversa le montagne fino a Poppi-Bibbiena. Il paesino allora era costituito da due file di casette ai due lati della strada con una chiesetta e con quattro negozi di genere commestibile, abitanti 300 anime. Durante il giorno nel paese non c’erano che donne e bambini perché gli uomini erano tutti carbonai e stavano lontani sul lavoro.

Salotto rosso Palazzo Patrizi

Il ‘salotto rosso’ del palazzo Patrizi, a S. Luigi dei Francesi, Roma. La famiglia Patrizi era originaria di Siena. Click for credits and for a virtual visit to the palace

Alla Consuma c’era pure la famiglia del marchese Patrizi con altrettanto numerosi figliuoli tra i quali uno che aveva la stessa età del mio Francesco, Patrizio, che era il pupillo del mio amico Pericle Cardinali. Cardinali era anche a Roma precettore in tutta l’estensione del termine perché mangiava dormiva e viveva in casa Patrizi a Roma, a S. Luigi dei Francesi [vedi l'immagine sopra, ndr].

Io che stavo per dir così a mezzo servizio a Roma, alla Consuma facevo più vita con i Boncompagni ma non dormivo da loro perché non avevano posto e perciò dormivo nella casa parrocchiale presso il piovano, bel tipo di toscano che la sera a chiacchiere mi teneva fino a tarda ora, giuocando a carte, bevendo bicchierini di ottimo vin santo e fumando sigari toscani […].

Io allora ancora non fumavo […] Il buon curato mi offrì un bel mezzo sigaro e attese dopo le prime boccate i primi sintomi del disagio che egli prevedeva certo. Aspettò invano perché io mi fumai il mezzo sigaro imperterrito e divertito assai della delusione del mio ospite. Ero diventato fumatore e mi feci spedire da Roma una pipa che per economia attaccai mettendo dentro pezzi di sigari tritati. Questa è la ragione per la quale io anche al presente non concepisco il fumare se non nella specie di pipa carica di buon toscano.

Passo della Consuma, Toscana

Passo della Consuma. Click for credits and to enlarge

[…] Meno le ore dello studio sforzato per Francesco e per me, ore che noi due d’accordo con una infinità di ripieghi e di mezzucci cercavamo di abbreviare se non addirittura sopprimere, la vita scorreva tranquilla e abbastanza divertente.

Si passeggiava, si chiacchierava in casa dei Patrizi dove ci riunivamo spessissimo, si faceva anche musica che la Marchesa Maddalena suonava come suonava la tedesca M. Richter governante delle figliuole e come anche un po’ suonavano le grandi di Don Ugo, Donna Guendalina e Donna Guglielmina che non erano mai lasciate da una brutta e vecchia tedesca.

ψ

La specialità del mio atteggiamento era questa: io ero il precettore di Don Francesco ma ero un precettore di tipo speciale perché nel tratto e nelle conversazioni io ero molto sciolto e disinvolto, un po’ divertente, qualche volta uomo di mondo, e gli altri lo capivano benissimo, un po’ ci si divertivano e un po’ erano come seccati di questa specie di deviazione dalla linea del perfetto precettore. Io poco me ne curavo e andavo avanti per la mia strada.

Chi era molto fiero di questo mio atteggiamento era proprio Don Francesco che pendeva dal mio labbro e senza dubbio assimilava assai io mio modo di fare, di trattare e di rispondere.

Eravamo tutti e due riguardosi e corretti ma con una scioltezza maggiore che non quella di Cardinali e di Patrizio. Per esempio Patrizio, anch’egli mingherlino e piccolino, era un po’ come il pulcino nella stoppa se si doveva fare il salto di un fosso o arrampicarsi per un’erta.

La nostra coppia invece era molto più brava e, sfido io, la prima cosa che avevo domandato a Francesco era stata:

“Sai correre? Sai saltare? Sai fare le capriole?”
“Io no”
“Come, e che fai?”
“Giuoco col cerchio.”
“Sì, come una bambina!”

E aveva appreso a fare le capriole, ad avvezzarsi a correre insieme con me. Tutto ciò lo aveva costituito in una specie di superiorità fisica e morale sul suo amichetto Patrizio.

E’ rimasta celebre una uscita della Marchesa Patrizi, donna intelligente e superiore.

“Calcagni, io non so mai quando lei parla sul serio o quando scherza”.
Ed io pronto: “Ma lei faccia conto che io parli sul serio anche quando rido”.
“Sarà, ma ho i miei dubbi”.

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Capitolo 3.6
L’incontro con la principessa
Agnese Boncompagni Ludovisi,
nata Borghese

Il principe Francesco Boncompagni Ludovisi nel corso delle sue funzioni come governatore di Roma (dal 1928 al 1935). Courtesy of Mediateca Roma. Click for attribution

Il principe Francesco Boncompagni Ludovisi nel corso delle sue funzioni come governatore di Roma (dal 1928 al 1935). Courtesy of Mediateca Roma. Click for attribution

A Roma qualche volta durante l’anno c’era la cerimonia dei saluti o degli auguri alla Principessa Agnese Borghese, madre di Don Ugo e nonna di Francesco. Francesco era veramente terrorizzato della cosa e la prendeva come una cosa inevitabile, un male a cui doveva sottostare.

Ugo Boncompagni Ludovisi, padre di Francesco. Click for credits

Ugo Boncompagni Ludovisi, padre di Francesco. Click for credits

La prima volta D. Ugo [foto a sinistra, ndr] mi disse che dovevo condurre il figliuolo dalla Principessa Agnese [vedi foto in basso, ndr] e con cura mi preparò alla bisogna dicendomi che cosa dovesse fare Francesco e che cosa dovessi fare io. Io ascoltai apparentemente attento ma assai divertito dentro di me. Fare gli auguri ad una nonna sia pure principessa non mi pareva una grossa questione ma una cosa semplicissima e naturale.

Agnese Boncompagni Ludovisi nata Borghese. Click for attribution

Agnese Boncompagni Ludovisi nata Borghese. Click for attribution

Nell’andare Francesco mi disse che la nonna gli dava tanta soggezione, che non sapeva che dirle, non sapeva che fare.

Io lo rassicurai e gli cominciai a dire che alla nonna si doveva infinito ossequio e riverenza, sia perché nonna sia perché persona in una posizione sociale assai elevata, ma si doveva anche e soprattutto avere per lei un affetto caro e cordiale, si doveva amarla come egli presso a poco amava il padre, le sorelle, gli amici …

“Ma lei l’ha mai vista? E ci ha mai parlato?”
“No!”
“Bene! Allora vedrà se ho ragione io!”

Andiamo a via della Scrofa al suo palazzo e siamo introdotti in un salone molto grande e molto oscuro. In fondo sopra a un divano stava a sedere una vecchina molto piccola, messa con grande semplicità e con un aspetto per nulla imponente. Era la Principessa Agnese Boncompagni Ludovisi nata Borghese.

Io mi accosto insieme con Francesco e con grande semplicità e franchezza mi curvo a baciarle la mano.

Ella mi guarda e mi domanda:

“Lei chi è?”
“Io sono il nuovo precettore di Francesco” e mi presento con nome e cognome.

Il Casino dell’Aurora, a via Veneto, Roma, ciò che rimane della vasta Villa Ludovisi, forse la più bella Villa della città, ammirata da Stendhal, D’Annunzio, Goethe, Gogol e altri. Click for credits

Il Casino dell’Aurora, a via Veneto, Roma, ciò che rimane della vasta Villa Ludovisi, forse la più bella Villa della città, ammirata da Stendhal, D’Annunzio, Goethe, Gogol e altri. Click for credits

Francesco vista la mia tranquillità ebbe come una distensione, fu come più calmo e disinvolto, baciò la mano alla nonna e mi parve che si muovesse più a suo agio.

La nonna ci invitò a sedere presso lei sul sofà e cominciò a parlare con noi due e specie con me. Evidentemente voleva vedere che tipo fossi.

Si vede che sostenni l’esame piuttosto bene perché Ella divenne come un’altra persona, parlò del più e del meno, si interessò agli studi del nipote, volle sapere quel che facevamo, come passavamo il tempo e terminò domandando a Francesco se fosse contento del suo nuovo precettore.

Francesco Boncompagni Ludovisi

Francesco Boncompagni Ludovisi. Click for credits

Francesco rispose con qualche entusiasmo ma soprattutto con grande sicurezza di sé. Allora la principessa con un fine sorriso riattaccò a parlare col nipote e con me. Insomma, non ci congedava mai e noi stavamo lì tranquilli e sereni a parlare con quella intelligente vecchina che non mi sembrava davvero lo spauracchio che mi avevano descritto. Finalmente uscimmo e fuori Francesco ingenuamente mi disse: “Ma questa volta è andata bene assai e nonna mi ha perfino baciato quando l’ho salutata andandomene”.

ψ

Il giorno dopo mi chiama D. Ugo nel suo studio e si rallegra con me.

“Di che?”
“Ma della visita che avete fatto ieri a mia madre. Che cosa le avete detto? Era tutta soddisfatta della lunga visita ricevuta da voi e mi ha detto un sacco bene di lei”
“Di me?”
“Già, di lei. E mi ha detto che ha trovato Francesco tanto cambiato in meglio, più sciolto, più garbato e più amorevole”.

Con quella visita alla Principessa Piombino, io lo seppi dopo ma lo avevo già un po’ capito prima e direi quasi subito, avevo vinto una grande battaglia e superato una gran prova.

Una parola della Principessa e io sarei stato liquidato senza remissione e rimpianti. Non vi so dire la gratitudine di Francesco che ormai aveva vinta la grande soggezione che aveva per la nonna. Visto che io non ero suo nipote l’avevo trattata con grande rispetto ma con grande semplicità e senza alcuno sforzo.

ψ

Nella villeggiatura alla Consuma c’era una sola cosa che andava proprio male e che era per me assolutamente insopportabile …

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Capitolo 3.7
Il pecorone

Ram

Pecorone. Click for attribution and to enlarge

Una sola cosa andava proprio male

Nella villeggiatura alla Consuma c’era una sola cosa che andava proprio male e che era per me assolutamente insopportabile ed era l’affare del pecorone.

I due ragazzi, Francesco [Boncompagni Ludovisi, vedi foto in basso, ndr] e Patrizio Patrizi, si erano fatti comperare dai rispettivi padri un pecorone e fin qui niente di male.

Le cose però si erano complicate con l’acquisto di un carrettino a quattro ruote che essi attaccavano al pecorone, carrettino che rotolando sulla strada, allora tutt’altro che asfaltata, faceva un rumore stridente e terribile. Nelle nostre passeggiate dovevamo portare pecorone e carrettino.

E lì i ragazzi si divertivano ad attaccare, staccare il pecorone indugiandosi come succede e rimanendo assai indietro a noi. Noi a richiamarli, noi a strepitare che andassero almeno innanzi a noi, e di lì avremo potuto sempre vedere e sorvegliare per la strada che ai lati presentava scoscendimenti e burroni.

Noi due precettori eravamo come ossessionati dal fatto che nelle nostre passeggiate dovevamo non solo fare i precettori ma i pecorai e sopportare una quantità di angherie per dato e fatto dell’innocente bestione e del più innocente carretto.

Cerimonia di inaugurazione della Reale Accademia d’Italia (1929). Da sinistra: il ministro dell’educazione Balbino Giuliano, Tommaso Tittoni che pronuncia il suo discorso, Mussolini, Francesco Boncompagni Ludovisi governatore di Roma e, di profilo, il Segretario dell’Accademia Gioacchino Volpe. Courtesy of Istituto Luce. Click for attribution

Cerimonia di inaugurazione della Reale Accademia d’Italia (1929). Da sinistra: il ministro dell’educazione Balbino Giuliano, Tommaso Tittoni che pronuncia il suo discorso, Mussolini, Francesco Boncompagni Ludovisi governatore di Roma e, di profilo, il Segretario dell’Accademia Gioacchino Volpe. Courtesy of Istituto Luce. Click for attribution

Cardinali ed io eravamo giovani e si sa, ci montavamo anche un po’ troppo, ma certo ripensandoci anche adesso mi accorgo che la pretesa dei ragazzi e dei parenti era un po’ eccessiva. Capisco giuocare col pecorone ma portarselo in giro per chilometri e chilometri (!!) tra le risate dei passanti sia pure un po’ rari, ci corre un bel po’.

Un recondito, mefistofelico pensiero

Succedeva questo che la sera, al ritorno da qualche gita che era stata più disastrosa, nel rimettere il pecorone nella stalla io saturavo il povero pecorone di botte non violente ma spesse.

Ero sempre io a chiudere il pecorone con questo recondito e mefistofelico pensiero. A prenderlo per condurlo a passeggio con noi era quasi sempre il cuoco di Boncompagni. Una volta questo si presentò con noi con uno sberleffo in fronte e con un occhio pesto.

“Che hai fatto?” gli dico
“Ma non so, questa mattina aprendo la stalla il pecorone mi ha dato addosso come un ossesso e mi ha colpito qui e qui. Non so che cosa abbia quella bestiaccia, pare furioso e come invasato”.

Lo sapevo bene io ma naturalmente stavo zitto come un pesce.

Una volta in una delle nostre oramai disgraziatissime passeggiate con i pupilli e col pecorone attaccato al rumoroso carretto, i ragazzi erano rimasti assai indietro per trafficare ai loro giuochi intorno al loro equipaggio. Per una svolta della strada noi non li vedevamo più e allora cominciammo a chiamare, a strepitare. Nulla. Allora siamo tornati indietro e raggiuntili li abbiamo redarguiti un po’ aspramente.

Giù per il burrone

Ai nostri rimbrotti il buon Patrizio stette quieto e mortificato; non così Francesco che più sciolto e più libero si mise in fiero atteggiamento di protesta e quasi di lotta dicendo qualche parola che non ricordo bene ma che suonava come se egli, loro, volevano e potevano divertirsi a loro piacimento.

Fu un lampo. Io afferro il pecorone attaccato al carrettino e lo scaravento giù per il burrone che fiancheggiava la strada. Tutti sono rimasti allibiti e spaventati. Nella caduta il carrettino s’era sfasciato e il pecorone rimasto libero era fuggito.

Moggi moggi abbiamo fatto ritorno a casa senza il solito accompagnamento del rudimentale veicolo e del povero pecorone. Della cosa Francesco non disse nulla al padre: però poverino era rimasto molto sconfitto e depresso.

“Il pecorone in cima a quel colle lontano!” Click for attribution and to enlarge

“Il pecorone in cima a quel colle lontano!” Click for attribution and to enlarge

La mattina seguente secondo il solito egli stava molto di malavoglia a studiare, si alzava, andava alla finestra a guardare in giro per la campagna. Naturalmente pensava al pecorone ma non diceva nulla. Alla fine mi dice tutto affannato:

“Guardi, guardi professore, il pecorone in cima a quel colle lontano!”
Era infatti il pecorone ma io serio gli faccio:
“Che pecorone! Studia perché adesso è ora di studiare, non di pensare al pecorone”.
Egli fuori di sé: “Ma no! Quello è il pecorone mio”.
Allora io fingendo la sorpresa dico: “Ma se è proprio lì corriamo a riprenderlo”.

E allora lasciamo libri e studi alla malora e ci buttiamo per la campagna per catturare il pecorone. Il quale stava tranquillo fino che noi non c’eravamo avvicinati. Allora entravo in giuoco io, e il pecorone che mi conosceva bene assai fuggiva appena io mi accostavo per prenderlo.

Questo giuoco durò per parecchio tempo. Durante la mattinata furono reclutati altri inseguitori di scorta e finì per essere una vera caccia assai movimentata.

Finalmente il pecorone fu ripreso e messo nella stalla.

ψ

Se non altro avevo guadagnato che non c’era più il carrettone e che il pecorone con i suoi protettori andava sempre avanti a noi perché non appena mi accostavo io il pecorone fuggiva avanti per distanziarsi da me che ero stato ed ero il suo persecutore.

Il mio precettorato finì perché io dovevo fare il militare e mio padre che dalle mie lettere aveva intuito qualche cosa che non andava mi richiamò in modo brusco e definitivo a Roma.

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6 responses »

  1. Manuela Calcagni

    …..Salve, non sono riuscita a capire chi è l’autore di questo blog… Sono interessata a mettermi in contatto con lui, essendo una delle bisnipoti di Carlo Calcagni…
    Grazie infinite Manuela

    Reply
  2. Buonasera sono una delle bisnipoti di Carlo Calcagni ed avrei piacere nel mettermi in contatto con l’autore di questo blog se fosse possibile.
    Ringrazio per l’interessamento.
    A presto
    Lorena

    Reply
    • Buonasera Lorena, e benvenuta qui, veramente.

      E’ ancora un grande piacere sentire un’altra discendente di Carlo Calcagni!

      Come ho detto a Manuela Calcagni e a Maura Calcagni, e ora dico a te, avendo incominciato a far apparire brani della autobiografia di Carlo fin dal giungo 2009, mi chiedevo: ma dove diavolo sono finiti? :-)

      Non Carlo che non li ebbe, ma Gigi Calcagni avrà avuto figli, pensavo, e poi c’erano altri con quel cognome, oppure senza, come me e te ma sempre discendenti.

      Mia nonna era Agnese Calcagni la sorella mediana di Carlo (la più piccola era Maria, che ha sposato Villetti). Agnese era la ballerina che ballava sempre con Carlo i balli dei loro tempi, e che gli ha dato i primi nipoti, sette, tra cui mia madre Lucia la penultima

      Cara Lorena, la e-mail per contattarmi (che trovi anche sulla colonna di destra), è:

      manofroma@gmail.com

      Ma tanto scrivo ora a te e a Maura Calcagni con la mia mail personale.

      Sono molto contento. Un abbraccio anche se non ci siamo mai visti.

      Giovanni

      Reply

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