Alcuni giorni fa il gruppo di amici ha deciso per una cena cinese a casa nostra. Ci piace la cucina cinese, non tanto per la novità quanto per la qualità che sta migliorando mentre il prezzo continua ad essere molto basso (consiglio e commento del più giovane del gruppo). Mi reco dunque in un ristorante cinese non lontano da casa, in fondo a via Cavour, a due passi da via dei Fori Imperiali, e ordino una cena take-away per otto persone. Non ero mai entrato in quel ristorante e wow, non so come, sono rimasto veramente colpito sia dal luogo che dalle persone.
Nel ristorante, elegante quanto basta, ho notato subito la professionalità, il lavoro duro e il dinamismo che regnava, ognuno impegnandosi in maniera seria e scrupolosa. Credo si trattasse di un intero clan familiare perché sembravano tutti parenti e tutte le età vi erano rappresentate: adolescenti di sesso maschile servivano ai tavoli; donne di mezza età che organizzavano un po’ tutto facendo calcoli e attaccando con gli spilli dei piccoli foglietti al muro; giovani donne graziose anch’esse al servizio dei tavoli, con i vestiti tradizionali di seta impreziositi da bei motivi colorati; un uomo di mezza età, credo il marito di una delle donne degli spilli, il viso autorevole e serio, probabilmente il capo del gruppo; infine la donna più anziana, con i capelli bianchi, la nonna certamente, che lavorava alla cassa e lavorava davvero sodo, nonostante l’età, attentissima a tutto quello che le avveniva intorno mentre, solenne e con vigore, batteva i prezzi dei clienti sui tasti della cassa.
Le ho fatto un sorriso e lei ha risposto con un altro sorriso. I romani, nonostante siano dei bonaccioni, trovano difficoltà a capire questa gente chiusa e riservata che però, quando si sente considerata non aliena bensì umana, si apre con una certa disponibilità. Le dico che avevo qualche conoscenza in Cina, ho chiesto di quale città fossero, che cinese parlassero e se fosse simile al cantonese o al mandarino. Risponde che la loro lingua non ha niente a che vedere né con l’uno né con l’altro, è qualcosa di completamente diverso. Il modo in cui l’ha detto m’ha fatto capire che le piaceva rispondermi, anche se non era palese (ma io l’ho percepito lo stesso).
Ha detto che erano tutti di Wenzhou, città – ho controllato dopo – della provincia sud-orientale di Zhejiang, “sul delta del Ou Jiang, con edifici e dintorni pittoreschi. Il porto (…) molto attivo nel secolo 19° (esportazione di tè), fu usato successivamente solo per la pesca” (La Piccola Treccani). Di qui l’emigrazione all’estero di una parte di questa gente attiva che “gode di reputazione imprenditoriale e fa nascere ristoranti, negozi al dettaglio e all’ingrosso nei paesi d’adozione” (Wikipedia inglese). Il nome tremendo Wenzhou lo ricordo solo perché il tizio che credo fosse il capo si è avvicinato ed è stato ben lieto di scriverlo su un foglio per me, e mi ha chiesto se fossi un vero romano, e io gli ho risposto sì, sono un vero romano, e dopo poco ho come avvertito che tutti percepivano, come d’un tratto, l’interesse che avevo per loro. Sembra una cosa strana, lo so, ma è stato proprio così. Si sono come improvvisamente accorti (saranno stati 20 persone e la sala era abbastanza grande) che ero sympathetic, cioè che vi era una qualche sintonia emotiva.
La cosa è stata strana anche per me. Forse qualcuno avrà ascoltato da lontano la conversazione tra me e i due personaggi, rapidi bisbigli cinesi si saranno propagati rendendo improvvisamente tutti impercettibilmente attenti, impercettibilmente benevoli, mentre due ragazzi mi pregavano di tanto in tanto di sedermi mentre aspettavo (finché alla fine accettai) e mi offrirono in omaggio un liquore, una specie di bomba (di cui bevetti due bicchierini). Ho avvertito questa quasi impercettibile attenzione, queste, non so come dire, vibrazioni di disponibilità circolanti (vibes) malgrado loro non mostrassero quasi nulla. I cinesi appaiono delicati e forti, intelligenti e, evidentemente – almeno così ho concluso da quel giorno – telepatici, mentre qui la gente li considera un popolo muro, qualcosa di indecifrabile e con la faccia di marmo (più divertente di faccia di bronzo, perché uso l’espressione con gli studenti IT cinesi, io sfotto loro, loro sfottono me); insomma, ho sentito così nettamente che all’improvviso tutti provavano sincera simpatia per me.
Era una così bella serata, la mia fantasia volava in alto – non senza qualche responsabilità della nitro-glicerina che mi ero bevuto – e sentivo come una brezza fresca venire non so da dove, vedevo i quadri alle pareti leggermente oscillare e i visi intorno che sorridevano. E’ stato allora che ho sentito la presenza del Dio. La vista si è appannata …..
A casa la cena cinese è stata un successo. Continuata per ore, come solo le cene romane possono durare, con piatti cinesi arricchiti da vivande nostrali e il tutto annaffiato questa volta non dalla bomba ma da un toscano Galestro ben freddo, veramente non male. Non avevo portato infatti con me il liquore cinese, un normale liquore in realtà, ma a me il liquore cinese fa quest’effetto. Confesso però che devo alla sberla cinese un breve, intenso incontro con Bacco-Dioniso, figlio di Semele e di Giove, verificatosi sia all’interno di un ristorante della lontana Wenzhou, sia poco dopo, nell’aria fresca del venticello romano, più o meno al confine dell’antico quartiere della Suburra.
Mentre la testa nel ristorante mi girava un poco e la vista lievemente si appannava ricordo vagamente che mi è stata gentilmente consegnata la cena take-away per 8 persone.
Attimi dopo me ne torno a casa in motorino, serpeggiando serpeggiando come un uccello impazzito e felice, l’aria fresca e pungente della sera sul viso.
E Roma, eterna donna scostumata, magnifica, imperiale, che sorride tutt’intorno.





